A Cochabamba senza scarpe

Non ricordo per quale ragione, ma il 17 febbraio 1995 dovevo andare a Cochabamba per una vista al Seminario Nazionale “S. José” e mi sarei fermati lì tre giorni. Decisi di andare in auto, accompagnato dall’autista. Preparai i bagagli e, la mattina presto, ero pronto per partire.

            Suor Lucia, salutandomi nel momento in cui salivo in macchina, mi chiese se avevo preso tutto quello che mi sarebbe servito. Le risposi ridendo che, come sapeva, mi sarei accorto delle dimenticanze solo quando ero oltre la metà del viaggio, troppo tardi quindi per tornare indietro.

            Eravamo già oltre Calamarca, e quindi gran parte dell’itinerario sull’altipiano era già fatto, e proprio lì ebbi una illuminazione. Dissi all’autista: “Pliño, mi sono ricordato adesso di quello che ho dimenticato”. “Cosa, Eccellenza?”. “Guardami i piedi!” E difatti ai piedi avevo le pantofole di casa: avevo dimenticato le scarpe.

            Suggerii subito la soluzione: “Al primo negozio di scarpe ci fermiamo e ne compero un paio”. Ma lungo la strada dell’altipiano e poi nella discesa tra le montagne verso Cochabamba non c’era nessun negozio, né di scarpe né di niente altro. Arrivando in città, rinnovai le speranze, ma il Seminario è in una zona di periferia e ci arrivammo senza aver visto scarpe da nessuna parte.

            I seminaristi con il rettore erano fuori ad aspettarmi. Abbracciando il rettore, gli sussurrai: “Che numero hai di scarpe?” “Il 41. Ma perché?” “Guardami i piedi”. Sorpresa e rapida proposta: “Ho un paio di scarpe nuove, mai usate”. Dovetti adattarmi, anche se porto il 40. E così, per quei tre giorni, in mancanza di meglio, andai attorno ciabattando, con scarpe appena troppo grandi per i miei piedi.