
In una delle tante volte in cui mi recai nella piscina di St Mary, nei primi mesi del 2001, vi trovai un ragazzo, che, con poco successo, cercava di nuotare. Tra noi ci fu un po’ di conversazione e imparai che si chiamava Abel Wambua – nome che indica la sua origine dall’etnia Kamba –, che aveva 15 anni di età ed aveva concluso il ciclo delle scuole primarie, che lì durano otto anni, e che non poteva cominciare le secondarie, per mancanza di denaro.
I suoi genitori erano morti e Abel era venuto a Nairobi, grazie ad uno zio che lo ospitava ma che non poteva garantirgli i soldi per l’educazione. Per questo, si dava da fare con qualche lavoretto nell’orto di casa e, a tempo libero, andava nella biblioteca della scuola più vicina a studiare.
Poco tempo prima, una famiglia di Fano mi aveva chiesto se c’era la possibilità di aiutare uno studente povero. Abel faceva perfettamente al caso, e il contatto fu subito creato. L’aiuto permise ad Abel di frequentare le scuole secondarie, e lo fece con ottimi risultati. Mantenne contatti con i suoi benefattori e mantiene contatti con me fino ad ora, quando è ormai padre di famiglia e impegnato nella gestione di una modesta azienda agricola che, quando le condizioni climatiche sono favorevoli, riesce a produrre buoni risultati.
Ho accennato al fatto che Abel non sapeva nuotare. Mi sono allora sentito in dovere di insegnarli e ha imparato presto e bene. Il missionario belga, che ho già ricordato (“La piscina a St Mary”), un giorno mi chiese, con una certa ironia: “Ma non è quello a cui insegnavi a nuotare?” L’allusione era evidente: tutti potevano vedere che ormai Abel nuotava molto meglio di me