Nei due Vicariati Apostolici di Chiquitos e di Ñuflo de Chavez, le antiche chiese delle “reducciones” gesuitiche erano in quegli anni sottoposte ad attenti lavori di restauro. Come conseguenza, la regione è diventata un punto di riferimento per la conoscenza della storia dell’evangelizzazione e un itinerario per la scoperta di notevoli opere di architettura e di varie forme di arte plastica.
Nella comunità di San Javier, nel Vicariato Apostolico di Ñuflo de Chavez, l’antica chiesa era stata sottoposta ad una meticolosa opera di ripistino e restauro. In vista della sua conclusione, il Vescovo Mons. Antonio Eduardo Bösl, OFM, volle che fossi io a presiedere la celebrazione della ridedicazione, il 2 dicembre 1991.
Accettai volentieri l’incarico, perché ho sempre amato molto questo rito, ma solo dopo mi resi conto delle richieste che il buon Vescovo mi presentava: voleva che tutta la liturgia si svolgesse in canto, con melodie che non conoscevo e che dovetti imparare per la circostanza, non senza qualche fatica, dato che non sono capace di leggere la musica. Provai a lungo ed ero sicuro che non sarei riuscito ad ottenere risultati decenti.
Tutto fu comunque molto bello, anche se, quando ci avviavamo alla conclusione, la mia voce era ormai quasi del tutto esaurita, e, alla fine, invece di cantare, stavo pietosamente pigolando. Ma, dato che ero il Nunzio Apostolico, tutti dissero che avevo cantato benissimo. L’unico a non crederci ero proprio io.
Nel pomeriggio la festa continuò con diverse manifestazioni di danze e canti folkloristici. Il mio segretario, Jean-Marie, che era venuto con me a San Javier, si mescolò alla gente e mi disse poi della considerazione che un uomo del posto, indicandogli con fierezza la chiesa rinnovata, gli aveva fatto: “Vedì? Tutto questo l’hanno fatto i miei antenati”.
Lì per lì mi era sembrata una semplice vanteria. Ma riflettendoci, dovetti capire che quell’uomo aveva ragione. Quando i gesuiti vennero nella regione, i documenti ci dicono che non erano una squadra ma appena due persone: un sacerdote e un religioso laico. Persone davvero eccezionali, perché seppero imparare la lingua locale, evangelizzare la popolazione, guidare l’organizzazione di una comuntà ben ordinata, dirigere la costruzione della chiesa e della scuola, formare un coro e una orchestra, con tanto di violini, che avrebbe suonato la musica sacra composta da essi stessi. Insomma, una capacità intellettuale e pratica davvero straordinaria.
Ma di fronte a loro, gli indigeni non erano da meno, perché, sotto la guida dei gesuiti, furono capaci di costruire, di scolpire, di cantare, di suonare. E tutte queste abilità le hanno mantenute anche nel lungo secolo in cui, allontanati i gesuiti dalla prepotenza degli imperi spagnolo e portoghese, essi, rimasti soli, continuarono a proteggere le loro chiese, a preservare le loro associazioni, a cantare e a suonare le loro melodie. E soprattutto, a mantenere intatta la fede cristiana e la fedeltà alla Chiesa.


