Il fenomeno era particolarmente frequente in Bolivia, ma non è mancato né in Kenya né nei Paesi Nordici. Negli incontri con i giovani, le domande venivano poste con una abbondanza ed una varietà impressionante, rivelando un vivo desiderio di conoscere e di sapere. Talvolta, durante le visite nelle diverse diocesi e parrocchie, il dialogo durava per ore, e veniva interrotto solo perché qualche altra parte del programma doveva seguire. In una occasione, il parroco intervenne dicendo: “Ora basta! Il Nunzio è stanco”. Gli dissi subito che non era vero: ero freschissimo e mi sentivo molto a mio agio. Ma in realtà, era ormai ora di preparaci per la celebrazione dell’Eucaristia.
Ricordo che, nella piazza antistante la cattedrale di Trinidad, nel distretto boliviano del Beni, era stato organizzato un incontro con i giovani, con il programma che prevedeva tre loro domande, alle quali dovevo ovviamente rispondere, poi un canto o una danza, e quindi altre tre domande, e così via. Una domanda che ricordo bene fu: “Cosa pensa del peccato e qual è la relazione con il peccato nella sua vita?” Per rispondere, partii con una battuta: “Quanto al peccato, vorrei dire che fondamentalmente sono contrario”. Ma poi, si capisce, dovetti elaborare il tema con molta sincerità e, spero, con chiarezza.
Una volta a Potosí, in un lungo dialogo con i seminaristi del propedeutico, mi fu chiesto: “Qual è la sua opinione sul celibato ecclesiastico e in quale modo lo ha vissuto nella sua vita sacerdotale?” Anche questa volta, la risposta fu molto sincera, e so che fece discutere i ragazzi anche durante la cena che seguì l’incontro e la celebrazione.
Una domanda alla quale ho dovuto rispondere spesso, sia in Bolivia sia in Kenya sia in Svezia, è stata quella riguardante la mia vocazione: come avevo capito di essere chiamato al sacerdozio? Avendo risposto tante volte, ho dovuto ripercorrere spesso l’episodio che mi ha convinto di essere chiamato a diventare prete. Ma questo l’ho già raccontato, nei ricordi dei miei primi anni.
Tornando in Italia, una constatazione piuttosto triste, fatta in quasi ogni occasione in cui mi sono trovato di fronte a gruppi di giovani o ragazzi, è stata quella di notare la quasi totale assenza di interesse da parte loro. In un caso, che è rimasto per me quasi simbolico della situazione, la catechista cercò di stimolare l’interesse dei ragazzi, fino ad allora in completo silenzio, dicendo: “Non avete niente da chiedere al Vescovo?” E uno di loro disse: “Che cosa dobbiamo chiedere?”