Due teste sul piatto

In due occasioni, nei primi due anni della mia permanenza in Bolivia, sono stato costretto ad entrare in una polemica forte con autorità costituite, e ne sono uscito, per così dire, vincitore. I due casi sono molto diversi, ed hanno avuto una diversa risonanza, ma vale la pena di ricordarli insieme.

            Il primo, rimasto riservato, si riferisce al giudice del tribunale dei minori, tale Cuiza. Non ne ricordo il nome, o forse non l’ho neppure mai saputo.

            Questi i fatti. Una sera mi venne a vedere il superiore della comunità boliviana dei salesiani, accompagnato da un fratello laico, che conoscevo bene perché dirigeva la loro stamperia a La Paz. La ragione della visita era triste: un loro confratello aveva per anni abusato sessualmente di un bambino, del quale era stato padrino e per il quale aveva in qualche modo fatto le veci del padre defunto. Il bambino, ora dodicenne, aveva finalmente avuto la forza di parlarne con la madre, che aveva subito denunciato il fatto alla polizia. In quel momento il religioso era in custodia presso la stazione di polizia. Mentre il superiore riferiva i fatti, il povero fratello laico non faceva che ripetere: “Ma chi poteva pensarlo! Cosa direbbe don Bosco?” Chiesi se il colpevole, che era sacerdote, fosse stato sospeso a divinis. Non lo era, ma per il momento, recluso come era, non poteva fare nulla. Dissi che comunque la sospensione gli doveva essere comminata dal superiore alla prima occasione di contatto.

            Il caso era grave e richiedeva un intervento veloce. Cercai – ed erano ormai le 9 di sera – il Presidente della Repubblica in carica. In assenza del Presidente, che era in un viaggio ufficiale in Europa, faceva le sue funzioni il Vice Presidente Ossio. Non era in casa, perché prendeva parte a un ricevimento, ma i famigliari lo chiamarono subito. In pochi minuti lo incontrai a casa sua. Spiegai la cosa ed egli immediatamente decise questa linea di azione: mandare subito il sacerdote in ospedale (“Certamente è depresso: gli faremo mettere una flebo e resterà lì”); avvertire il giudice incaricato che la soluzione del caso sarebbe stata politica (“Con tutto il bene che fanno i salesiani qui in Bolivia, uno scandalo del genere sarebbe devastatore e farebbe il danno di quelli che ne sono aiutati. E inoltre, se dovesse essere processato, potrebbe avere al massimo una condanna di due anni, e poi potrebbe tornare a fare le stesse cose”); evitare che il sacerdote finisse in prigione (“Se gli altri carcerati sapessero di cosa è accusato, lo ucciderebbero alla prima occasione”); garantire che comunque il colpevole fosse adeguatamente punito dai suoi superiori. Su quest’ultimo punto diedi la mia assicurazione: il religioso sarebbe stato immediatamente sospeso a divinis e quindi, appena possibile, mandato fuori dal paese e destinato in una comunità sicura in Argentina, dove sarebbe vissuto sotto speciale vigilanza e senza mai avere responsabilità di governo né contatti con i giovani. Chiarito questo, Ossio garantì che avrebbe lui stesso parlato con il Ministro dell’Interno, responsabile dell’amministrazione della giustizia.

            Passarono alcuni giorni. Il superiore salesiano tornò. Aveva accettato con qualche resistenza le condizioni poste riguardo al colpevole, ma sulle quali non si doveva neppure discutere. Ora il problema era che il giudice dei minori, incaricato del caso, rinviava la conclusione ma nel frattempo chiedeva soldi, e già si era fatto consegnare $ 2.000. Lo rimproverai e gli chiesi di non ripetere l’errore. Se il giudice chiedeva altro denaro, avrebbe dovuto dirgli che il Nunzio gli aveva proibito di darlo.

            Questo intervento fece andare il Cuiza su tutte le furie. Mi scrisse una lettera di fuoco, rievocando anche un caso passato che aveva coinvolto alcune suore, per un’adozione gestita malamente. Non conoscevo il caso, che, come potei verificare, era accaduto anni prima, quando non ero ancora in Bolivia. La situazione era già stata risolta da un pezzo e su di essa quindi non c’era più nulla da dire. Cercando di essere gentile, chiamai il giudice al telefono e gli assicurai la mia stima, raccomandando però che il caso del salesiano fosse chiuso al più presto. Dato che stavo per partire per una visita all’interno del Paese, gli promisi che l’avrei visto volentieri al mio ritorno. Con molta arroganza, mi disse senza mezzi termini che lui non sarebbe venuto a vedermi ma che io dovevo andare da lui. “Quanto a questo, lo vedremo al mio ritorno, ma intanto concluda il caso”. Devo ricordare che, secondo il protocollo in uso in Bolivia, il Nunzio Apostolico segue in dignità il Ministro degli Esteri e precede persino i Ministri del Governo.

            Al ritorno a La Paz, fui informato che la situazione era rimasta la stessa. Chiesi allora di vedere il Ministro dell’Interno. Gli raccontai il caso e fu stupito che la questione non fosse stata ancora conclusa: “Gli ordini erano chiari. C’è una soluzione politica e il giudice doveva solo eseguire”. Gli mostrai allora la lettera del Cuiza e gli raccontai della telefonata. “Scrivere così al Nunzio! Parlargli in questo tono! Non è possibile. Ci penso io. Stia tranquillo”.

            Nel pomeriggio, una telefonata dal Ministero mi informava che il giudice Cuiza era stato sollevato dalle sue funzioni. A dire il vero, mi sentii subito colpevole di aver rovinato una persona: forse avevo esagerato nella mia reazione. A tranquillizzarmi, ci pensò la nuova giudice dei minori, che qualche giorno dopo venne a visitarmi, insieme con alcune collaboratrici. Venivano a ringraziarmi: nel prendere possesso dell’ufficio, avevano scoperto che il giudice Cuiza faceva un vero e proprio traffico di bambini, attraverso le adozioni internazionali, per le quali si faceva pagare molto al di là di quanto previsto dalle procedure in atto.

            Il secondo episodio si riferisce a una testa ben più importante, che era quella del Ministro dell’Informazione, un certo Mario Rueda Peña, famoso per il carattere impetuoso e combattivo. Era di matrice e di formazione comunista, e di questo era molto fiero. Una volta ricevuto l’incarico, che prima di lui era vacante, il Rueda volle essere attivo nel suo campo, e pensò di usare la stampa per far apparire messaggi che facessero adeguata pubblicità al suo Governo. Così, dopo il discorso ufficiale che, nella mia qualità di Decano del Corpo Diplomatico, avevo fatto in occasione della festa dell’indipendenza boliviana, il 6 agosto 1991, egli prese una mia foto – niente male, detto tra noi – e la pubblicò a piena pagina di giornale, con qualche frase tratta dal mio discorso. Il punto dolente era che, nei miei interventi fatti a nome dei colleghi ambasciatori, c’era sempre un equilibrio attento tra le lodi e le critiche, in modo che le prime rendessero accettabili le seconde. Naturalmente il Ministro si credette autorizzato a scegliere quello che faceva comodo a lui, lasciando da parte quello che non gli garbava.

            In quella prima occasione, lasciai perdere, ma, in un incontro con il Presidente della Repubblica, gli spiegai che non era opportuno quel modo di fare, che, in definitiva, toglieva ogni interesse a quello che io avrei detto, perché le mie affermazioni sarebbero apparse come quelle di un adulatore del Governo. Paz Zamora promise di trasmettere il messaggio a Rueda. Non so se lo abbia fatto. La cosa però si ripeté e questa volta in modo molto più grave.

            Il 5 marzo 1992, nella sede della Nunziatura, fu annunciata la prossima beatificazione della religiosa Nazaria Ignacia March, fondatrice delle suore “Missionarie della crociata pontificia”. La notizia interessò i mezzi di comunicazione, e di lì a poco – non ricordo il giorno preciso – ebbi una conversazione con la giornalista Elba Morales, che fu in parte trasmessa da una rete televisiva. Il 9 o il 10 seguente, ecco che il Ministero dell’Informazione pubblicò una nuova pagina pubblicitaria, con la mia foto – sempre la stessa! – e una frase estrapolata dalla conversazione, che sottolineava lo sviluppo presente in certi settori della società boliviana. Lì per lì avevo pensato di lasciar correre ma poi, dopo aver sentito il P. Gramunt, SJ, grande giornalista e direttore dell’agenzia cattolica di informazione “Fides”, decisi di mettere per iscritto una mia dichiarazione, da rendere pubblica e che conteneva una chiara protesta. Il testo piacque al Padre, fu subito trasmesso a giornali e stazioni televisive, e provocò molto chiasso.

            In esso, scrivevo di essere sorpreso per la mancanza di etica informativa mostrata nella inserzione pubblicitaria del Ministero dell’Informazione. “Le frasi citate erano parte di una lunga e gradevole conversazione sostenuta nella Nunziatura con la giornalista Elba Morales (…) Molte cose erano state dette in quella conversazione, ma, per quello che ho potuto sapere, il testo non è stato pubblicato né nella sua totalità né in parte”. Ricordavo poi che “questa è la seconda volta che il detto Ministero mi utilizza come pezzo pubblicitario. La prima volta ho manifestato informalmente al più alto livello il mio disappunto per tale iniziativa. Per lo meno, in quella prima occasione, il testo del mio intervento era stato pubblicato dai giornali e dalla televisione, e i lettori e gli ascoltatori avevano allora avuto la possibilità di conoscere altre parti del discorso e non solamente quello che era sembrato utile al Ministero, opportunità che nel caso presente non è stata data. Questo è un fatto che mi sembra molto offensivo per l’intelligenza dei lettori, e, più ancora, una mancanza di un minimo di etica informativa”. E, tanto per evitare che le cose fossero poco chiare, aggiungevo: “Personalmente considero offensiva l’iniziativa, soprattutto perché manifesta l’intenzione di strumentalizzare le affermazioni del Nunzio Apostolico e decano del Corpo Diplomatico per finalità pubblicitarie e per appoggiare linee e opzioni politiche”. Più avanti, mi permettevo anche una battuta, che poteva essere considerata spiritosa: “L’atteggiamento del Ministero dell’Informazione, che pubblica pezzetti della citata conversazione mi fa pensare al giuramento che si presta quando si presenta una testimonianza davanti a un tribunale: ‘giuro di dire la verità e tutta la verità’. Qualche volta, non dire tutta la verità è qualcosa di molto simile a mentire”. E concludevo: “Per la provenienza di questa offesa, che non può essere giustificata come malinteso ma come una vera manipolazione, dovrei attendermi qualche gesto di scusa, anche se non me ne preoccupo molto: l’intelligenza di molti è stata ugualmente offesa e sono convinto che gli intelligenti siano molto più numerosi della parte contraria”.

            Inutile dire che la dichiarazione fu immediatamente ripetuta alla radio e alla televisione. Il Ministro Rueda la prese male e, in un tentativo di rifarsi, annunciò alla radio che avrebbe fatto una trasmissione nella quale avrebbe rivelato una raccolta di affermazioni ambigue del Nunzio nei suoi contatti con il sindacato operaio. Non ho mai potuto sapere a che cosa volesse riferirsi, perché nulla di quanto minacciato vide la luce. Chiamai però il Ministro degli Esteri e lo avvertii che se il Ministro intendeva entrare in polemica, era libero di farlo, ma poi si sarebbe capito se il Paese dava la sua fiducia al Nunzio o a un membro del Governo. L’affermazione era un po’ spavalda, ma ero ancora molto giovane. Il Ministro degli Esteri mi assicurò che non ci sarebbero state polemiche e che al Ministro sarebbe stato imposto di presentare le sue scuse.

            La mattina dopo questo avvenne e Rueda mi chiamò al telefono per dirmi che aveva presentato alla stampa le sue scuse, e quindi mi chiedeva di considerare chiuso il caso. La conversazione fu dura ed ebbi l’idea di registrarla. Gli assicurai che avrei considerato chiuso il caso solo dopo che, avendo ascoltato le sue dichiarazioni, mi fossi giudicato soddisfatto. Il bello è che, nel riferire alla stampa sulla nostra conversazione, il Ministro assicurò che avevo usato un “tono neutro” di voce e che non ero irritato. Invece avevamo persino urlato, e mi sono divertito in seguito a riascoltare quello che ci eravamo detti.

            Il seguente 17 marzo fu annunciata la sostituzione del Ministro Rueda con Jaime Céspedes. Alcuni giorni dopo, in un ricevimento, incontrai il Vice Presidente Ossio. Mi prese da parte e mi disse che la sostituzione era stata presa proprio per l’incidente che ho riferito. Il 28 marzo, quando il quotidiano cattolico “Presencia” celebrava quaranta anni di attività, incontrai per la prima volta il Céspedes che, salutandomi, disse: “Sono il nuovo Ministro dell’Informazione. Intendo avere con lei le migliori relazioni possibili”.