I due nomi si somigliano, e non sono sicuro di aver colto la differenza tra di loro. Difatti, quando mi hanno menzionato il nome per la seconda volta, ho pensato che si trattasse della stessa cosa sperimentata in precedenza. Ma non è stato così.
Ma andiamo per ordine.
Il 14 giugno 1992, di ritorno dalla prima visita alle comunità dei Chipaya, insieme con il Vescovo di Oruro, Mons. Braulio, facemmo sosta a Uachacalla. Lì, per la circostanza, la gente del posto ci disse che avrebbe preparato una “guatìa” per il nostro pranzo. Non ci furono altre spiegazioni per me – Braulio ne era già esperto – ma ebbi la possibilità di seguire passo passo la preparazione del cibo.
Sotto un mucchio di grosse pietre fu acceso un falò, in modo che diventassero infocate. Intanto le donne pulivano le verdure e preparavano la carne di una capra, sezionandola in porzioni ragionevoli.
Fu scavata una fossa, nella quale furono calate le più grandi pietre infocate. Ci fu poi aggiustata una grossa pentola, nella quale furono inserite altre pietre infocate, verdure e pezzi di carne. Il tutto fu chiuso con un coperchio, coperto con terra e protetto da un grosso cassone di latta.
Dopo un tempo ragionevole, che quella gente sapeva calcolare senza difficoltà, il cassone fu tolto, la terra fu spazzata via e il coperchio fu sollevato. Dentro il pentolone, la carne e le verdure erano cotte e pronte ad essere mangiate. Ne ho mangiato un po’ ma, anche se la cottura era perfetta, si sentiva la mancanza di sale e di qualche spezia che ne arricchisse il sapore.
Qualche anno più tardi, durante una visita nella diocesi di San Ignacio de Velasco, fino a pochi anni prima il vicariato apostolico di Chiquitos, mi fu annunciato che la mattina seguente, nella comunità in cui ero arrivato ed ero ospitato, avrei avuto la huatìa come prima colazione. Pensai che sarebbe stata la stessa cosa di Uachacalla, ma di fatto mi trovai in una situazione completamente diversa.
Il tutto si svolse all’aperto. Appena arrivato sul posto, mi fu servita una tazza con latte e caffè, quindi fui accompagnato di fronte a una testa di bue, staccata dal corpo ma evidentemente reduce, come tutto il resto dell’animale, da una lunga sosta nel forno. Qualcuno aprì la bocca del bue e quindi, con un coltello, ne tagliò la lingua e me la mise in mano.
Per un momento, fui tentato di scoppiare a ridere: avevo la tazza in una mano e la lingua nell’altra, come se dovessi mangiarla inzuppandola nel caffelatte! Subito dopo però mi diedero una mano, togliendo dalla lingua la parte esterna, molto dura e ruvida. La lingua era tenera e buona. Forse strana per la prima colazione, ma comunque gradevole. Purtroppo, in questo caso, non ho testimonianze visive dell’evento.
Le due esperienze sono state molto diverse, l’una vissuta sull’altipiano e l’altra nella regione amazonica. Se poi il nome fosse lo stesso, come avevo creduto, o fosse diverso – guatìa e huatìa – non lo so. E ora non ho nessuna possibilità di chiarire il dubbio.