I Chipaya

Il 13 giugno 1992, nel corso di una visita di tre giorni in diocesi di Oruro, il Vescovo Monsignor Braulio Saez mi accompagnò a visitare un villaggio abitato dai rappresentanti di un popolo indigeno, che le vicende della storia aveva ridotto a poche centinaia: i Chipaya.

            Erano presenti nell’altipiano andino prima ancora dell’arrivo degli Aymara, dai quali erano stati soggiogati, decimati e costretti in un territorio di ridotte dimensioni e poco produttivo. Anche se da allora erano passati probabilmente mille anni, i Chipaya ancora ripetevano, con commozione sempre rinnovata, il loro lamento: “Ci hanno rubato l’acqua, ci hanno rubato la paglia e ci hanno costretti in questo deserto dove non cresce niente”.

            Ridotti alla miseria, e forse dotati da uno speciale talento di furbizia, i Chipaya erano conosciuti come ladri e imbroglioni. Tristemente, se gli Aymara dei villaggi vicini avessero scoperto uno di loro mentre compiva qualche misfatto, lo avrebbero ucciso senza pensarci due volte.

            I Chipaya hanno un loro modo tipico di costruire le case e di vestirsi, con casacche e ponchi che essi stessi tessono: solo chi è stato capace di produrre correttamente il proprio vestito può indossarlo. Mentre gli uomini vestono abiti di colore nocciola, le donne usano panni molto più scuri. Inoltre, le donne compongono i capelli in maniera originale, con tante piccole trecce.

            Due anni dopo, il 24 luglio 1994, tornai a Chipaya per inaugurare la piccola chiesa, dedicata a Sant’Anna, che era stata costruita nel frattempo. Il modo per avere a disposizione i fondi necessari merita di essere ricordato.

            Anni prima, avevo conosciuto un’associazione missionaria basata in Canada, che era disponibile ad aiutare economicamente le missioni. Quando mi rivolsi a loro per ottenere denaro per costruire una cappella nella parrocchia di mio fratello a Camaçari, in Brasile, ricevetti un rifiuto: “Ormai non è più necessario costruire chiese. Sarebbe piuttosto importante usare i fondi per un centro sociale, dove riunire la gente e insegnare loro un mestiere e formare la loro coscienza sociale”.

            Sarebbe stato inutile discutere: se questo era il loro modo di intervenire, non serviva dimostrare che, in certe regioni, la chiesa è proprio quel centro sociale di cui loro parlavano. Ma venendo incontro ai loro principi, presentai il progetto per la chiesetta, senza nessun segno che facesse capire di cosa si trattava: il presbiterio, senza altare, era una pedana per dirigere l’assemblea, la sagrestia era una stanzetta per depositare le diverse attrezzature. Così il sussidio fu concesso e la chiesetta in un quartiere di Camaçari fu fatta.

            Quello che aveva funzionato per il Brasile, lo ripetei tale e quale per Chipaya. I soldi arrivarono, la chiesa fu costruita e per me fu ancora una volta un onore poterla consacrare, e condividere con i poveri Chipaya la loro grande gioia.