Quando, tornato in Italia, dovetti pensare a farmi il corredo degli abiti propri di un vescovo, andai a Roma, accompagnato dalla zia Paolina, sorella di mia madre. Era stata sarta per tutta la sua vita: la sua competenza mi sarebbe stata utile e certamente le avrebbe fatto piacere aiutarmi in questa situazione.
Dato che nella vecchia residenza di Santa Marta, in Vaticano, l’accoglienza era riservata agli ecclesiastici, la zia fu ospitata presso le suore di Ravasco, le stesse che prestavano servizio nella Nunziatura di La Paz. Proprio in quei giorni, Suor Lucia, una delle due della Nunziatura, era a Roma. Tra lei e la zia la simpatia fu immediata.
Il sarto scelto, il famoso Gammarelli, ha il suo laboratorio in piazza della Minerva, e ci andai con la zia. Una volta chiarito quello che volevo – tre vesti nere con filetti violacei e pellegrina, due abiti corali completi, e in più zucchetti, fasce e berrette – si passò alla scelta delle stoffe. Me ne furono presentate tre di colore nero, che guardai senza muovermi. La zia allungò la mano, le tastò e fede la sua scelta. Seconda selezione di stoffe, ancora nere, e stessa scena: io guardo, la zia tasta e sceglie.
Il sarto intervenne: “Scusi signora, ma lei se ne intende? Ha scelto subito le stoffe migliori!” La risposta fu semplice: “Sono stata sarta tutta la vita”. Da allora in avanti io non ebbi più niente da fare: il dialogo per tutte le altre scelte, fu tra il sarto e la zia, con apprezzamento reciproco.
Ci fu un dettaglio: per farmi risparmiare un po’, il sarto suggerì che la fodera sotto la pellegrina (il mantellino) delle vesti filettate, fosse di un tessuto sintetico, invece che di seta. Così fu deciso, e tornammo a casa.
Nel pomeriggio, la zia mi telefonò a Santa Marta: “Ho pensato che non valga la pena risparmiare un po’ per la fodera: quella di seta è più bella e fa un effetto diverso”. “Va bene. Quando andremo per la prova, glielo diremo”. “Non c’è bisogno. Mi sono già messa d’accordo con Suor Lucia e andremo noi dal sarto nel pomeriggio”.
A quel punto, mi resi conto che in quella storia, a parte la responsabilità delle misure, almeno quelle di mia esclusiva competenza, io non ero altro che un inutile comprimario.