Il gruppo Scout di Roma 22

Una delle tante messe al campo

Quando, nel 1969, cominciai a svolgere qualche servizio presso la parrocchia di S. Paola Romana, nel quartiere della Balduina, alle prime pendici di Monte Mario, il parroco, don Gennaro Antonini, mi chiese di fare da assistente ecclesiastico nel gruppo scout. Da ragazzo non era stato scout e, anzi, come aspirante di Azione Cattolica, avevo sempre avuto una certa antipatia per gli Esploratori, che noi definivamo semplicemente “fissati”.   Nei due anni in cui rimasi a Roma, per frequentare i corsi dell’Accademia Ecclesiastica, feci qualcosa con il clan e con un noviziato.

A mio parere, il mio servizio fu piuttosto scarso, ma mi permise di creare belle amicizie, che durarono a lungo. Nel 1976, tornato a Roma da Londra, ripresi contatto con S. Paola, e don Antonini mi chiese ancora di aiutarlo con gli scout. Lo feci fino al 1984, quando, a dicembre, dovetti lasciare Roma per andare a Belgrado. Fui assistente del clan, di vari noviziati e, alla fine, anche del riparto. Ci furono momenti belli e altri faticosi. Spesso decisi di lasciar perdere, anche per la sensazione che non stavo combinando molto.

Pronti per il ritorno

Ricordo una esperienza, che si è ripetuta più di una volta. Al termine di una giornata al campo, stanco e deluso, lasciavo i ragazzi radunati attorno al falò, e mugugnavo tra me e me la decisione di piantarla con loro e di dedicarmi soltanto alle donne (vecchie) di Azione Cattolica. Quando però ero a una certa distanza dal fuoco, le voci e i canti mi arrivavano appena, e mi sembravano belli e ripensavo a come i ragazzi e le ragazze fossero in fondo bravi e magari anche buoni.
E allora tornavo nel cerchio attorno al fuoco, riconciliato e pronto a continuare nel mio servizio. Almeno fino ad una prossima crisi.