Se l’esperienza delle termiti era stata del tutto positiva, l’incontro con il “matumbo” è stato invece molto spiacevole. Vorrei dire drammatico, ma potrebbe sembrare un’esagerazione
Tanto per intenderci, “matumbo”, in swahili, vuol dire “budella”. “Tumbo” è lo stomaco, e il prefisso “ma” indica il plurale, e quindi il resto delle viscere.
In diocesi di Kisii, in casa del vescovo, dopo una celebrazione, ce n’era una pentola e, saputo cosa fosse, provai ad assaggiare. Ricordavo la paiata romana, e anche tanti piatti fatti con budella, trippe e ragagli.
Aprendo il coperchio, fui raggiunto da una raffata puzzolente, di difficile descrizione. Feci mente locale, e mi dissi che alcuni formaggi francesi puzzano tanto, ma sono buoni da mangiare. Provai a prenderne due pezzettini, tanto per fare l’esperienza. Ma il primo assaggio si rivelò di un sapore orribile. Misi subito in bocca un pezzo di pomodoro, un po’ d’insalata e di patate, per coprire il sapore e non correre il rischio di rigettare tutto. Deglutii con grande sforzo e con la sensazione che gli occhi mi saltassero fuori dalle orbite. Coprii pudicamente il secondo pezzetto di “matumbo” con una foglia d’insalata, e dissi al Vescovo che non pensavo di poterlo mangiare. Convenne: “Sì, per voi bianchi il sapore è troppo forte”.
Più tardi ebbi la spiegazione: le budella, estratte dal ventre dell’animale ucciso, non erano pulite, ma soltanto strizzate. La parte più gustosa, mi fu detto, restava così dentro.