Il santuario di Copacabana

Dopo aver presentato le lettere credenziali al Presidente della Bolivia, il 7 marzo 1990, dissi ai Vescovi di La Paz che avrei desiderato compiere un pellegrinaggio ad un Santuario della Madonna, e chiesi quale potesse essere. La risposta fu immediata: “Alla Vergine di Copacabana”.

Sicuro che mi avessero frainteso, spiegai che non intendevo andare in Brasile, dove, nella città di Rio de Janeiro, c’è il grande quartiere che ha appunto quel nome. Ma ricevetti una esauriente informazione, a proposito dell’esistenza in Bolivia di un Santuario con il nome di Copacabana, che aveva originato quello del Brasile.

Molti anni addietro, un viaggiatore brasiliano aveva conosciuto la località di Copacabana, presso le rive del lago Titicaca. Avendo ammirato il Santuario, portò con sé a Rio una copia della statua della Vergine con il Bambino e fece costruire una chiesetta ad essa dedicata. Con il passare del tempo, la chiesa, che aveva dato il nome al quartiere, fu distrutta e dimenticata ma il nome rimase e divenne famoso.

Una volta chiarito il tutto, decisi di fare il mio pellegrinaggio il seguente 10 marzo, nel quale mi accompagnarono altri quattro vescovi. Celebrai la Messa e tenni l’omelia, una delle prime in terra boliviana. Ma il gesto fondamentale della devozione, come mi era stato annunciato, doveva essere la benedizione con il manto della Vergine.

La statua della Madonna di Copacabana, come tutte le immagini nell’Altipiano, e secondo una antica tradizione molto diffusa in passato anche in Italia, è vestita di tutto punto, dalla sottoveste fino al grande mantello. Le vesti sono sostituite tre volte all’anno: per la festa della Purificazione, il 2 febbraio, per l’Assunzione il 15 agosto e per l’Immacolata Concezione, l’8 dicembre. Le vesti smesse sono lasciate da parte, mentre il mantello è tenuto per il rito della benedizione.

Ogni sabato sera, al termine della celebrazione eucaristica, le famiglie che si sono iscritte vengono chiamate, in modo che gli appartenenti formino un gruppo, ed ogni nucleo viene ricoperto con uno dei manti. Su di tutti si canta un inno speciale, la “Salve”, e un del padri della basilica recita una preghiera di benedizione.

Nel mio caso, la celebrazione si svolse in maniera eccezionale. Mentre ero inginocchiato da solo in mezzo al presbiterio, fui ricoperto con il manto della Vergine – mi dissero poi che era uno particolarmente pregiato –, fu cantata la “Salve” e il Rettore, P. Roque, recitò una preghiera, che aveva preparato per la circostanza. Più tardi, quando ringraziai il Padre per le sue parole, mi confessò che aveva avuto un po’ di timore, non sapendo come avrei reagito alle sue allusioni allo stile di servizio che mi augurava di svolgere.

Dopo di me, furono benedetti quattro vescovi e infine tutta la gente presente.

Il gesto suscitò in me una commozione molto intensa: nei momenti passati sotto il manto sentii fortemente la protezione di Maria, e pensai alle rappresentazioni antiche in cui la Vergine copre con il suo mantello una moltitudine di bisognosi.

Prima di lasciare il Santuario per tornare a La Paz dissi ai Padri Francescani che avrei desiderato ricevere la benedizione del manto ogni volta che fossi tornato a Copacabana. Al che uno di loro, un americano, precisò che questo si faceva soltanto il sabato sera. Replicai: “Dato che io sono il Nunzio, voi me la farete ogni volta che vengo!”

Spavalderia a parte, così avvenne, e qualche volta condivisi il manto con altre persone, come mio fratello Paolo e Delia Boninsegna. E così fu anche l’ultima volta che mi recai a Copacabana, l’8 giugno 1996, per salutare la Mamita prima di partire per il Kenya.