Fino al 1985, il Kenya non aveva un santuario mariano che coinvolgesse la devozione comune dei fedeli. I Missionari della Consolata avevano la loro Icona, e la presentavano in ognuna delle loro chiese. I Salesiani, da parte loro, inculcavano la devozione a Maria Ausiliatrice. C’erano anche state voci di apparizioni della Vergine, ma non era stato possibile verificarne la credibilità.
In quell’anno, la Conferenza Episcopale aveva deciso di porre rimedio a questa situazione ed aveva stabilito l’erezione di un santuario mariano nazionale, dedicato alla Madre di Dio. A questo fine, fu scelta una parrocchia nella diocesi di Nakuru, al centro del Paese e in un punto in cui tre zone etniche diverse si incrociavano. Sarebbe stato quindi anche un santuario dedicato all’unità nazionale, al di sopra delle differenze di etnia e tribù.
Il terreno posto a disposizione della parrocchia era troppo piccolo, ma, dopo quattro anni, ne fu offerto gratuitamente un altro, in una suggestiva zona montagnosa. Il santuario vi fu trasferito e, da quella località, prese il nome di Villaggio di Maria, Madre di Dio, a Subukia.
La sua gestione fu affidata ad un missionario irlandese, P. John Jones, uomo di grande devozione alla Vergine Santissima. Sotto la sua direzione, il santuario cominciò a funzionare e ad attrarre gruppi di pellegrini.
Nel febbraio 1998 fui invitato a celebrare a Subukia, e, il giorno 7, mi recai sul posto. Arrivato in auto fino alla residenza del missionario, ci avviammo a piedi verso la collina, seguendo un sentiero abbastanza lungo ed impervio. Era già progettata la collocazione delle 14 stazioni della Via Crucis.
Nel luogo stesso del santuario, vicino ad un altare provvisorio, coperto da una tettoia, una nicchia di canne proteggeva l’immagine di Maria. Lì vicino sgorga una sorgente d’acqua, che era stata trovata quando si liberava il terreno dalla fitta vegetazione. Il fatto era stato subito considerato miracoloso dalla gente, che aveva cominciato a venire lassù con taniche per raccogliere l’acqua e portarla a casa. L’acqua era stata esaminata, ed era purissima e perfettamente potabile.
La statua rappresentava l’Immacolata Concezione ed era di gesso. Il missionario mi spiegò che era l’unica immagine che aveva potuto trovare, prendendola da una sagrestia in Irlanda. Feci però notare che, se il santuario era dedicato alla Madre di Dio, Maria doveva essere rappresentata con il Bambino in braccio.
Alcune settimane dopo, il 19 aprile 1998, i giornali riportarono la notizia che alcuni fanatici protestanti fondamentalisti erano saliti al santuario, avevano bruciato l’altare e le tettoie, ed avevano distrutto a martellate la statua dell’Immacolata. Uno dei colpevoli si giustificò dicendo che Dio stesso gli aveva chiesto di distruggere la statua, che era un idolo. Pensai che il gesto, gravemente sacrilego, poteva però aprire la via all’adozione di una statua più adatta. Il missionario, che incontrai poco dopo, mi disse che, constatando il fatto, aveva subito pensato a me e alla mia osservazione.
Ne nacque l’idea di chiamare i diversi artisti del Kenya a presentare dei progetti per una nuova immagine, da realizzare in legno. I numerosi progetti furono esaminati e alla fine il compito fu affidato ad un artista ugandese, Kateete. Questi lavorò a lungo, utilizzando un grosso tronco di jacaranda, proveniente dal giardino della Nunziatura. Feci diverse visite nel suo laboratorio e, alla fine, il risultato fu del tutto convincente. Solo un altro vescovo visitò l’artista, e si interessò all’andamento del lavoro.
Mentre il lavoro progrediva, proposi al Vescovo di Nakuru di farsi promotore di un pellegrinaggio nazionale della nuova immagine, in modo da suscitare interesse e devozione verso di essa e quindi verso il santuario. Il programma prevedeva l’invio della statua a Roma, perché fosse benedetta dal Papa. Essa sarebbe quindi tornata in Kenya per compiere la visita di tutte le diocesi del Paese, a cominciare da Mombasa. Al termine dell’itinerario, che doveva durare l’intero Anno Santo del 2000, l’immagine sarebbe stata solennemente collocata a Subukia. La proposta fu presentata alla Conferenza Episcopale dal vescovo di Nakuru e fu accolta.
Parlai di questo con Giovanni Paolo II, avvertendolo che la statua gli sarebbe stata presentata durante una udienza generale in Piazza San Pietro. Il 20 maggio 1999, il Papa scrisse ai Vescovi, dicendo tra l’altro: “È una gioia particolare sapere dello stabilimento a Subukia di un Santuario Nazionale dedicato a Maria, la Madre di Dio, e conoscere il programma del pellegrinaggio mariano che avrà luogo durante l’anno del Giubileo”.
La data per l’udienza dal Papa fu stabilita e due vescovi del Kenya, già a Roma per altri impegni, sarebbero stati presenti in Piazza San Pietro. Per l’invio della statua a Roma, ottenni un trattamento di favore da parte dell’Alitalia. Ma, quando la grossa cassa era già all’aeroporto, mi raggiunse una telefonata da uno dei vescovi, con la notizia che la Conferenza Episcopale, allora riunita, aveva deciso di non svolgere il pellegrinaggio. Né allora né più tardi mi fu data qualche spiegazione per questo cambiamento di idea. Avvertii l’Alitalia e la statua rimase in Kenya. I due vescovi allora a Roma e l’Arcivescovo di Mombasa, che stava già preparando l’accoglienza della statua, non furono parte della decisione e non ne seppero nulla.
Qualche tempo dopo, lo stesso vescovo che mi aveva trasmesso l’informazione, venne a chiedermi di lanciare di nuovo l’idea del pellegrinaggio della Madonna di Subukia in tutte le diocesi del Paese. Mi disse anche che, secondo lui, il non averlo fatto durante l’Anno Santo era stato un grave errore. Non chiesi altro, ma rifiutai di interessarmi della cosa. Se pensavano che ne valesse la pena, i vescovi potevano decidere da soli, come avevano deciso la prima volta. Ma io non me ne interessai più e comunque l’iniziativa non fu mai portata a compimento.