La morte di Manrique

La maggiore preoccupazione di Monsignor Jorge Manrique era quella di prendersi cura del suo “marcapaso” (pacemaker). Come ho già raccontato, lo conobbi a Washington, quando venne per cambiare le pile al suo apparecchio; notai che evitava di portare pesi, facendo grande pubblicità della sua condizione in ogni luogo pubblico; parlava spesso dei limiti del suo cuore, promettendo, ogni volta che partiva per Roma, che sarebbe stata ormai l’ultima volta. E invece, nel mese di luglio 1995, morì per un tumore.

            Era ricoverato nella clinica del Dottor Asbun, a pochi passi dalla Nunziatura. Lo visitai l’8 luglio, e gli dissi che il giorno dopo sarei andato al Santuario della Madonna di Copacabana. Mi chiese di raccomandarlo alla “Mamita”: “Pimpollo, encomiendame!”. Gli promisi che, al ritorno, sarei andato ancora a vederlo, per celebrare l’Eucaristia insieme con lui. Invece non lo feci. Ma il 13 luglio tornai al suo capezzale per amministrargli l’Unzione degli Infermi e il Viatico.

            Il 14 luglio ero invitato a una cena presso l’Ambasciata di Spagna. Tornando a casa a piedi, verso la mezzanotte, pensai di passare in clinica, ma poi decisi che a quell’ora sarebbe stata una visita troppo indiscreta. Feci male, perché, se fossi andato, avrei potuto accompagnare il vecchio Arcivescovo nei suoi ultimi istanti di vita. La mattina dopo seppi che era morto nella notte.

            Il suo successore, Luis Sainz, si era rifiutato di andare a visitare Monsignor Marique, perché, disse, si era comportato in maniera capricciosa. Ma il giorno della sua morte, sui giornali apparve la foto dell’Arcivescovo, in preghiera accanto al corpo esanime del suo predecessore.

            Fortunatamente, per un impegno precedente, lo stesso Monsignor Sainz mi chiese di celebrare la Messa esequiale per Manrique. Lo feci volentieri, perché così si sarebbe evitata una sua ulteriore ipocrisia, a commemorare una persona molto più degna e capace di lui, ma per il quale non aveva mai avuto né stima né rispetto. L’omelia è riportata in questo stesso blog.

            Parlando con la suora che aveva assistito Monsignor Manrique all’ospedale, seppi di come era avvenuta la sua morte. Teneva sempre la corona del rosario in mano. Alcune ore prima della morte, chiese di essere girato verso la parete, per poter guardare un’immagine della Vergine che aveva fatto attaccare al muro. La suora gli disse che quella posizione sarebbe stata per lui dolorosa, ma egli rispose che ormai non c’era più dolore. Chiese l’ora: erano le dieci di sera, e commentò: “Ancora no”. Chiese di nuovo a mezzanotte, e disse: “Ancora no”. Finalmente alle due, chiese ancora e disse: “Ora sì”. E si addormentò nel Signore.