La prima visita a Potosì

La città di Potosì, di grande importanza storica e artistica, ha il difetto di trovarsi in una regione aspra e difficile da raggiungere, con in più l’ostacolo di essere collocata ai 4.090 metri di altitudine. Tutti aspetti che non rendono facile il viaggio e la permanenza. Nella memoria dei potosini era ancora viva la delusione per la mancata visita di Papa Giovanni Paolo II, e ricordavano anche che neppure il re di Spagna, Juan Carlos, era andato nella loro città.

            In occasione del primo incontro della Caritas Nazionale, al quale presi parte, la rappresentante della diocesi di Potosì mi parlò di questo loro rammarico, aggiungendo anche che neppure il Nunzio era mai andato da loro. Le assicurai che era mia intenzione di andare, e di farlo presto. La sua reazione fu di assoluta incredulità: “Tutti dicono sempre così!”.

            La prima visita fu invece organizzata molto presto, e, dal 16 al 23 giugno 1990, ebbi il primo contatto con questa città meravigliosa e con la diocesi, che ha una superficie equivalente a quasi la metà del territorio italiano. Il Vescovo, Edmundo Abastoflor, mi accompagnò in ogni tappa dell’itinerario, che si trattenne prima in città, per poi proseguire in alcune parrocchie periferiche nella regione centrale della diocesi. Nella parte meridionale sarei tornato alla fine del mese di novembre 1992.

            Ebbi così modo di visitare i monumenti più importanti della città, diventata tra le più belle, ricche e popolose di America Latina, perché in quella regione furono scoperti grandi giacimenti di argento, concentrati soprattutto nel mitico Cerro Rico, dalla forma allora quasi perfettamente conica, oggi ormai mutilata dagli scavi dei minatori. La salita sul Cerro e la visita delle miniere e delle “bocaminas” di minatori privati sono servite per farmi capire quanto grave fosse allora, e certamente è ancora oggi, la crisi nell’industria mineraria. La produzione dell’argento con i metodi di scavo tradizionali non riesce più a dare un guadagno sufficiente ai minatori, dato che la quantità di minerale rimasta nelle viscere della montagna è ormai minima.

            In alcune località dell’interno della diocesi la gente vestiva i costumi tradizionali, impressionanti per la vivacità dei colori e per la varietà dei motivi decorativi. Secondo il Vescovo, questo è fatto per contrastare la durezza del clima e del paesaggio, inserendo elementi gioiosi in un contesto arido e triste.

            Nel corso del mio servizio in Bolivia, sono tornato altre otto volte nella diocesi di Potosì, per visite più o meno lunghe, a seconda degli impegni programmati con Mons. Abastoflor. Una visita in particolare è stata da me forzata per una ragione precisa: il 10 giugno 1992, Abastoflor e Toribio Ticona, suo Vescovo Ausiliare, ricordavano il 25° anniversario della loro ordinazione presbiterale. Suggerii una celebrazione adeguata, che avrebbe fatto certamente piacere ai loro fedeli, ma non mi ascoltarono. Ebbi allora l’idea di mettermi d’accordo con il Vescovo di Oruro, Mons. Braulio e decidemmo di andare insieme. Chiamai Edmundo e gli dissi: “Il 10 giugno Braulio e io saremo a Potosì. Vedi tu come puoi spiegare la nostra presenza”. E fu giocoforza per loro organizzare una celebrazione, che fu solenne e graditissima alla buona gente della diocesi.

In quella circostanza, interrogato dai giornalisti sulle ragioni di quella mia nuova presenza a Potosì e notando che la responsabile della Caritas era con noi, risposi che un ulteriore motivo era “dimostrare a una donna di poca fede che aveva torto nel non fidarsi della mia parola”.