La relazione con i giornalisti

Una delle prime raccomandazioni che avevo ricevuto dai miei colleghi del Corpo Diplomatico, al mio arrivo in Bolivia, era stata quella di stare attento ai giornalisti: poco professionali, fraintendono quello che si dice, tendono trappole per creare scandali… e così via.

            Come conseguenza, nei primi tempi della mia missione mi mostrai molto prudente e restio a concedere interviste, soprattutto se estemporanee. Ogni volta che visitavo una città, c’erano giornalisti pronti a fare domande; all’aeroporto di La Paz c’era sempre un loro drappello, per intervistare i viaggiatori.

            Dopo qualche tempo, proprio all’aeroporto di La Paz i giornalisti mi circondarono e mi fecero un discorso molto chiaro: “Noi siamo giornalisti, però non siamo pagati con uno stipendio, ma solo in base a quello che viene pubblicato. Se il Nunzio ci dice qualcosa, il giornale ci pubblica e noi riceviamo qualche soldo”.

            Questo discorso mi ha fatto sentire coinvolto nel benessere di un certo numero di famiglie, delle quali, pian piano, ho anche potuto sapere la consistenza. La frequenza degli incontri, inoltre, aveva creato una reciproca conoscenza e simpatia. Sentii che era mio dovere dare loro una mano.

            In previsione dell’incontro con loro, preparavo qualcosa di interessante su quello che andavo a vedere o avevo visto; spiegavo il mio programma e sottolineavo aspetti che riguardavano la Chiesa e la sua attività. Qualunque cosa io dicessi, subito dopo erano loro a chiedermi quello che interessava di più: la situazione politica, le polemiche in corso, i contrasti tra le classi sociali, gli scioperi. Il bello è che qualche volta tornavo da un’assenza di vari giorni dalla capitale, e non sapevo nulla di quello che era accaduto nel frattempo. Per cui dicevo qualche frase generica di esortazione al dialogo e alla concordia, e normalmente erano queste le parole che finivano sui giornali, talvolta anche con grossi titoli.

            In questo modo, erano frequenti gli articoli in cui ero menzionato. Ricordo che uno dei miei segretari, portandomi il giornale, commentava scherzosamente: “E anche oggi, come ieri e l’altro ieri, il Nunzio è sulla stampa!”

            Devo riconoscere che qualche volta c’erano citazioni che non somigliavano affatto a quello che avevo detto. Ma decisi di non fare mai delle smentite: forse era colpa mia se non mi ero espresso abbastanza chiaramente, e quindi il mio impegno doveva essere quello di essere più preciso per la volta seguente. E comunque, quello che mi rassicurava era che le notizie di un giorno erano già dimenticate il giorno dopo.

            Ma intanto sentivo la grande soddisfazione di aver contribuito positivamente al bilancio di un buon numero di famiglie. O devo piuttosto confessare che stavo semplicemente alimentando la mia vanità?