L’edificio della Nunziatura di La Paz

Per la prima volta negli anni di servizio, arrivando in Bolivia, mi sono trovato ad essere responsabile della residenza della Nunziatura. Me ne ero interessato anche nelle altre missioni, a Yaoundé, a Londra, a Belgrado e a Washington, ma ora toccava a me prendere le decisioni in proposito.

            A La Paz, la residenza era formata da due edifici, posti, per così dire, l’uno alle spalle dell’altro. La qualità delle due costruzioni era molto diversa, e il secondo era di fattura molto più modesta. Inoltre, avendo l’ingresso in una strada secondaria, aveva larghi spazi del tutto inutilizzati.

            Rilevai ben presto diverse incongruenze: le religiose non avevano un appartamento a loro riservato; la migliore camera per ospiti si raggiungeva passando attraverso la camera da letto del Nunzio; il segretario era costretto in una camera di dimensioni ridotte; mancava uno spazio adeguato per l’archivio e la biblioteca; la cappella era collocata nel sottotetto al terzo piano, ed aveva un aspetto a dir poco mediocre; dalla cucina alla sala da pranzo c’era un cortiletto aperto che si doveva attraversare per portare il cibo in tavola.

            Ottenni l’approvazione del Sostituto della Segreteria di Stato e, trovato un buon architetto, feci partire il progetto di ristrutturazione. Fortunatamente, in quelle circostanze mi fu mandato un nuovo collaboratore, Jean Marie Speich, disposto a seguire i lavori e dotato di molto buon gusto. La sua abilità nello scegliere i colori per i diversi ambienti è stata straordinaria. Con un po’ di pazienza, superati i mesi di disordine per i lavori in corso, abbiamo ottenuto una residenza più che dignitosa.

            Cambiando la destinazione di una tettoia, che collegava i due edifici, sono stati creati tre uffici, per il segretario, la segretaria e l’archivio; un settore isolato della casa fu riservato alle camere per le suore e ad una loro sala comune; il segretario ebbe a sua disposizione una camera da letto e uno studio; per gli ospiti, furono preparate tre camere e un appartamento al terzo piano; la cappella fu collocata al piano terra; la cucina fu ampliata e posta vicino alla sala da pranzo. Diciamo pure che, alla fine dei lavori, avevamo tutte le ragioni per essere fieri del risultato. Nella cappella, feci fare due piccole vetrate, rappresentanti San Pietro e San Paolo, che volli dedicare ai primi due Nunzi con i quali avevo lavorato: Mons. Jean Jadot e Mons. Bruno Heim.

            Abbiamo posto una speciale attenzione alla decorazione delle diverse stanze, in modo che in ognuna ci fosse una immagine sacra e qualche oggetto di arte coloniale, di cui la Nunziatura era ben fornita. Alla fine della selezione, restavano tre quadri: Cristo alla colonna, l’Ecce Homo e la Pietà. Furono collocati nell’ultima stanza per ospiti a disposizione e, dato che, secondo il gusto degli artisti di quei tempi, i segni delle sofferenze erano messi in grande evidenza, Jean Marie definì quella camera: la stanza della tortura!