Lettera apostolica “Patris Corde”

del Santo Padre Francesco

Introduzione

            Papa Francesco ama ricordare che Dio ci riserva spesso delle sorprese. Ma lui stesso, il Santo Padre, sembra avere una speciale tendenza a sorprenderci con le sue iniziative. Dopo la lettera enciclica “Fratelli tutti”, della quale stiamo appena cominciando a scoprire la ricchezza e la profondità, ecco questo nuovo testo, che, lungi dall’essere un documento di occasione – per commemorare il 150° anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale patrono della Chiesa Universale – ci offre utili spunti per riflettere su questo interprete della Storia della Salvezza, oggetto di tanta predilezione da parte del popolo cristiano ma in definitiva poco conosciuto e quindi poco compreso nella sua missione.

            Secondo il genere letterario tradizionale, una lettera apostolica è un testo che ha il fine di far conoscere una decisione del Papa: l’istituzione di una speciale ricorrenza, la creazione di un organismo all’interno della Curia romana, l’iscrizione di un servo di Dio nella lista dei beati, e quindi dei santi, la modifica di alcune norme giuridiche. Per questo, si tratta sempre di testi molto stringati, con una precisione giuridica e, nella maggioranza dei casi, senza la necessità di aggiungere note.

In questo caso, invece, Papa Francesco ci offre un’altra sorpresa, perché la lettera “Patris corde” elabora il tema con una certa ampiezza e il testo è arricchito da un buon numero di note, in riferimento a documenti di Papi precedenti, del Concilio Ecumenico Vaticano II, di interventi dello stesso Santo Padre ed anche, in un caso specifico, a una sua confidenza personale. Questo testo, in definitiva, ha piuttosto l’aspetto di una breve lettera enciclica o di una esortazione apostolica, che vale quindi la pena di leggere e di meditare con attenzione.

La devozione di Papa Francesco a San Giuseppe era già conosciuta. Nel suo stemma, sotto l’emblema della Compagnia di Gesù, si trovano la stella e il fiore di nardo. La descrizione araldica dice così: “La stella, secondo l’antica tradizione araldica, simboleggia la Vergine Maria, madre di Cristo e della Chiesa; mentre il fiore di nardo indica San Giuseppe, patrono della Chiesa universale. Nella tradizione iconografica ispanica, infatti, San Giuseppe è raffigurato con un ramo di nardo in mano. Ponendo nel suo scudo tali immagini, il Papa ha inteso esprimere la propria particolare devozione verso la Vergine Santissima e San Giuseppe”. Un secondo segno è stato la decisione di aggiungere il nome di San Giuseppe, dopo la menzione della Vergine Maria, in tutte le preghiere eucaristiche. Il decreto della competente Congregazione per il Culto Divino è stato reso noto il 1° maggio 2013, appena un mese e mezzo dopo l’elezione del Papa.

Il Santo Padre introduce la sua trattazione, esaminando quello che di Giuseppe si legge nei quattro Vangeli. Dice subito che “i due Evangelisti che hanno posto in rilievo la sua figura, Matteo e Luca, raccontano poco, ma a sufficienza per far capire che tipo di padre egli fosse e la missione affidatagli dalla Provvidenza”. Ricorda poi gli interventi di alcuni suoi predecessori nella Sede di Pietro, che hanno sottolineato il ruolo speciale di San Giuseppe nella storia della salvezza: il beato Pio IX che lo ha dichiarato “Patrono della Chiesa Cattolica”, il venerabile Pio XII che lo ha presentato come “Patrono dei lavoratori” e San Giovanni Paolo II che ha dedicato a lui un’esortazione apostolica, e gli ha attribuito il titolo di “Custode del Redentore”.

  Del tutto spontaneo è il riferimento alla condizione che l’umanità sta vivendo, a causa della pandemia di Covid-19. Pensando alle tante persone che affrontano la crisi, esercitando pazienza e infondendo speranza, Francesco indica l’esempio di San Giuseppe: “Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine”.

Il corpo del documento sviluppa la riflessione su San Giuseppe, soffermandosi sulla sua specifica missione, quella cioè di essere padre.

La trattazione di Francesco si svolge attraverso sette paragrafi, ciascuno dedicato a un aspetto della paternità di Giuseppe: padre amato, padre nella tenerezza, padre nell’obbedienza, padre nell’accoglienza, padre nel coraggio creativo, padre lavoratore, padre nell’ombra. Solo l’ultimo titolo ha bisogno di essere spiegato. Tutti gli altri hanno una loro evidenza che rivela, già con la loro enunciazione, un insegnamento che arriva diretto a ciascuno di noi. È difatti immediata la percezione che in ognuna di quelle parole c’è un messaggio, una vocazione, che ci tocca tutti personalmente.

1   Padre amato. Secondo gli esperti del linguaggio, il sostantivo “amore”, con il corrispondente verbo “amare”, è uno dei più usati in ogni lingua del mondo. È quindi anche il più abusato, perché si cade spesso nel rischio di usare il termine senza rendersi conto del suo vero significato e limitandolo alla sola superficiale dimensione del sentimento. Per questo, il Papa sottolinea la concretezza del servizio attraverso il quale Giuseppe ha vissuto la sua paternità, citando parole di S. Paolo VI: “(Giuseppe ha) fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; (ha) usato l’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; (ha) convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa”.

            Subito dopo, però, l’orientamento della trattazione cambia. Il titolo del paragrafo, infatti, non si riferisce all’amore vissuto da Giuseppe, ma all’amore che il popolo cristiano, in ogni parte del mondo, manifesta verso di lui. Francesco inserisce qui, in una nota, una confessione del tutto personale, e per questo preziosa: “Tutti i giorni, da più di quarant’anni, dopo le Lodi, recito una preghiera a San Giuseppe tratta da un libro francese di devozioni, dell’ottocento, della Congregazione delle Religiose di Gesù e Maria, che esprime devozione, fiducia e una certa sfida a San Giuseppe: «Glorioso Patriarca  San Giuseppe, il cui potere sa rendere possibili le cose impossibili, vieni in mio aiuto in questi momenti di angoscia e difficoltà. Prendi sotto la tua protezione le situazioni tanto gravi e difficili che ti affido, affinché abbiano una felice soluzione. Mio amato Padre, tutta la mia fiducia è riposta in te. Che non si dica che ti abbia invocato invano, e poiché tu puoi tutto presso Gesù e Maria, mostrami che la tua bontà è grande quanto il tuo potere. Amen»”. Notate bene: il Papa dice che ha recitato questa preghiera ogni giorno, da più di quarant’anni. Il che vuol dire che, verso la fine degli anni ’70, in tempi di profonde contestazioni e di tante crisi personali e sociali, un gesuita, ancora relativamente giovane, scovava in un libro di devozioni dell’ottocento un testo che ha voluto fare proprio. Lo vedo come un grande segno di libertà spirituale, di fronte alle mode e alle tendenze.

              L’ultimo capoverso attribuisce a Giuseppe, discendente del re Davide, la funzione di essere “la cerniera” che unisce l’Antico con il Nuovo Testamento. Gli antichi profeti avevano previsto la presenza di un piccolo gruppo di persone fedeli, “un resto del popolo”, al quale sarebbe stato affidato il compito di ricostruire la gloria d’Israele. Pensiamo a Zaccaria ed Elisabetta, ultima coppia di anziani diventati genitori per dono di Dio; a Samuele ed Anna, i primi a riconoscere la grandezza del Bambino e ad annunciarne la presenza; ai pastori di Betlemme, chiamati a testimoniare una nascita, evento insieme normale ed eccezionale. In questo piccolo resto, Giuseppe, sposo di Maria, è l’elemento di cerniera, che chiude l’epoca dell’Antica e apre quella della Nuova Alleanza.

Il modo in cui Giuseppe esercita questa sua missione è manifestato all’inizio del Vangelo secondo Matteo, al termine della lunga elencazione della genealogia di Gesù: Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo” (Mt 1,16). Si tratta quindi di una nascita, ma subito indicata come straordinaria nel suo modo di essere. Il superamento della generazione puramente umana fa percepire l’inizio di un’epoca nuova, nella quale chi nasce non ha origine “da sangue né da volere di carne né da volere di uomo” ma da Dio (cfr. Gv 1,13).

2    Padre nella tenerezza. Non stupisce che Papa Francesco abbia posto, subito dopo l’amore, la tenerezza. È una parola che egli usa con frequenza, perché ha una speciale predilezione per il concetto che in essa viene espresso: tenerezza di Dio, manifestata nell’atteggiamento verso il suo popolo, verso le persone da lui scelte per esserne guida; tenerezza di Dio, manifestata quando ha voluto che suo Figlio si facesse uomo per portare a noi la liberazione; tenerezza di Dio che continua a manifestarsi verso ogni persona che vive in questo mondo, perché ognuna è fratello o sorella di suo Figlio.

            La tenerezza della paternità di Dio si riflette, come in un’immagine più efficace di ogni altra, nella paternità di Giuseppe. Non ci sono citazioni dal Vangelo che rendano esplicito questo atteggiamento, ma è facile scoprirlo nell’episodio dello smarrimento di Gesù nel tempio di Gerusalemme, quando il padre ha condiviso con Maria l’angoscia di quei tre giorni e si è poi rallegrato con lei per il ritrovamento (cfr Lc 2,41-50).

            Si sa che gli atteggiamenti dei figli riflettono spesso quelli che hanno sperimentato, come esempi da seguire, nei loro genitori. Contemplando la tenerezza manifestata da Gesù in ogni momento della sua missione, non possiamo fare a meno di riandare con il pensiero tra le pareti della casa di Nazaret, in un’atmosfera in cui l’affetto e il rispetto tra le persone diventava un costante reciproco insegnamento e uno sprone all’imitazione. La paternità e la maternità di Dio, già adombrate nell’Antico Testamento, si manifestavano attraverso le persone di Giuseppe e di Maria, e ispiravano gli insegnamenti che il Maestro avrebbe trasmesso nelle parabole e più ancora nei gesti.

            In questo contesto, il Papa inserisce alcune riflessioni, che ci sono di grande conforto: “Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza”. Con questa constatazione, che nessuno di noi può negare, non siamo spinti ad un senso di smarrimento e di rinuncia, ma ancora una volta alla tenerezza: “Se questa è la prospettiva dell’economia della salvezza, dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza”.

            Un’annotazione precisa richiama l’attenzione alla presenza di Satana e al suo modo di agire, opposto a quello di Dio: “Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi (…) Paradossalmente anche il Maligno può dirci la verità, ma, se lo fa, è per condannarci”.

Il documento inserisce qui un opportuno riferimento al Sacramento della Riconciliazione, che ci offre “un’esperienza di verità e di tenerezza”. Non potrebbe essere altrimenti, perché in quell’incontro io, che riconosco di essere peccatore, non ricevo condanna, ma perdono. Si parla talvolta del Sacramento della Riconciliazione come di un tribunale. Forse tra le due realtà c’è qualche somiglianza, ma le differenze sono molto maggiori: nel tribunale, il colpevole viene accusato e quindi condannato, mentre l’innocente viene assolto. Nel Sacramento, Dio non è giudice ma Padre misericordioso, che manifesta la sua benevolenza offrendomi l’assoluzione, non perché io sia innocente ma proprio perché mi riconosco colpevole. In queste espressioni, l’immagine del padre misericordioso della parabola (Lc 15,11-32) e la figura di Giuseppe tendono come a confondersi, riflettendo insieme l’amore di tenerezza di Dio.

Dopo aver scritto la Lettera Patris Corde, il Papa ha sottolineato questo concetto in un contesto completamente diverso. Nell’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport, Francesco risponde a una domanda circa l’esperienza della vittoria e della sconfitta nello sport: “Vincere e perdere sono due verbi che sembrano opporsi tra loro: a tutti piace vincere e a nessuno piace perdere. La vittoria contiene un brivido che è persino difficile da descrivere, ma anche la sconfitta ha qualcosa di meraviglioso. Per chi è abituato a vincere, la tentazione di sentirsi invincibili è forte: la vittoria, a volte, può rendere arroganti e condurre a pensarsi arrivati. La sconfitta, invece, favorisce la meditazione: ci si chiede il perché della sconfitta, si fa un esame di coscienza, si analizza il lavoro fatto. Ecco perché, da certe sconfitte, nascono delle bellissime vittorie: perché, individuato lo sbaglio, si accende la sete del riscatto. Mi verrebbe da dire che chi vince non sa che cosa si perde. Non è solo un gioco di parole: chiedetelo ai poveri». Non è fuori luogo considerare queste parole come un commento a quello che Gesù, a proposito della donna peccatrice, ha detto al fariseo, che lo aveva accolto a casa sua: “Io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco” (Lc 7,47). Non è solo un gioco di parole: chiedetelo ai peccatori.

3   Padre nell’obbedienza. Se nel paragrafo precedente il papa ha lavorato su testi applicati a San Giuseppe, ma in realtà riferiti ad altre situazioni, per parlare dell’obbedienza può contare su tanti passaggi dei Vangeli. Di fatto, ogni volta che Giuseppe appare nella narrazione, è chiamato a eseguire precise istruzioni che gli giungono da Dio, e che egli porta a compimento senza mai dubitare della correttezza di quello che gli era chiesto di fare.

            La prima rivelazione, e quindi la prima obbedienza, è la più importante, perché apre la prospettiva di tutto quanto segue. Su questo episodio, vale la pena soffermarsi un po’, per cercare di cogliere ogni sfumatura dell’insegnamento che ne deriva. Ci sono due espressioni fondamentali, che l’evangelista Matteo adopera e che è importante prendere in considerazione. La prima è la definizione di Giuseppe come “uomo giusto”, la seconda è l’esortazione usata dall’angelo che gli appare in sogno: “Non temere”.

            Nel linguaggio biblico, uomo giusto è colui che osserva la legge di Dio in ogni suo dettaglio, anche nelle difficoltà e nei rischi (Tb 7,6; Sir 37,12). Le norme della legge che si riferivano ad un caso simile a quello in cui si trovava Giuseppe erano molto chiare: Maria era sua promessa sposa ed una sua infedeltà doveva essere considerata come adulterio. Il testo della legge dice: Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno esser messi a morte” (Lev 20,10). Nell’evidenza di un fatto del genere, il dovere di un uomo giusto, e cioè osservante della legge, sarebbe stato quello di denunciare la colpa alle autorità competenti, con le conseguenze che erano previste, per estirpare ogni presenza di male da Israele.

            Giuseppe ha invece l’intenzione di ripudiare Maria in segreto, prendendo una decisione che andava contro la legge di Mosè: poteva quindi essere ancora detto uomo giusto, proprio mentre si preparava a violare le norme divine? Forse quello che lo spingeva non era il rammarico per la scoperta di un tradimento da parte della sua promessa sposa, ma la vaga sensazione di un mistero che non comprendeva?

            La stessa sensazione è confermata dal modo in cui l’angelo si rivolge a lui in sogno. Si presenta a lui, dicendo: “Non temere”. Questa espressione è frequente anche nell’Antico Testamento. Quando è pronunciata da un messaggero di Dio, è sempre foriera di buone notizie e incoraggia a seguire fedelmente i progetti di Dio. Nel Nuovo Testamento, è rivolta a Zaccaria e poi a Maria, invitati ad accogliere nella loro vita il progetto di amore del Signore. L’angelo non chiede a Giuseppe di superare il disgusto per la delusione, o il rammarico per l’offesa subita. “Non temere” è un invito a non farsi da parte di fronte al mistero che sta accadendo in Maria, e ad accettare la responsabilità che ora gli viene spiegata e che egli accetta subito, nello spirito di obbedienza a Dio che da allora ha animato tutta la sua vita. Difatti, “in ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani”.

            Dopo aver fatto notare che “nel nascondimento di Nazaret, alla scuola di Giuseppe, Gesù imparò a fare la volontà del Padre”, il Papa sintetizza il paragrafo citando il suo predecessore, San Giovanni Paolo II: “Da tutte queste vicende risulta che Giuseppe «è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente ministro della salvezza»”.

4   Padre nell’accoglienza. La prontezza con la quale Giuseppe, dietro l’invito dell’angelo, accoglie Maria nella sua vita, diventa per noi l’occasione di tanti insegnamenti, che ci toccano nello svolgersi quotidiano della nostra storia personale.

            Nel prendere Maria come sua sposa, Giuseppe mette la sua vita a disposizione del progetto di Dio, che gli si è ora fatto esplicito. Da allora in avanti, egli adegua la sua esistenza al compito che gli è stato assegnato e che egli ha accolto, pur senza comprenderne fino in fondo le conseguenze.

Ognuno di noi nasce con un progetto di amore di Dio, che dobbiamo scoprire e vivere, per poter essere pienamente felici. Anche a noi accade di dover affrontare momenti difficili, o semplicemente non chiari nella loro definizione, “avvenimenti di cui non comprendiamo il significato”. Ci sono circostanze di fronte alle quali, pur con la migliore buona volontà da parte nostra e con il desiderio sincero di accoglierne le esigenze, dobbiamo semplicemente concludere: “Non capisco”. È il limite della nostra condizione umana, dal quale non dobbiamo sentirci umiliati, perché ci aiuta a ricordare quello che siamo. I tanti “perché?” che ci chiediamo, se da una parte ci aiutano a crescere nella conoscenza, dall’altra ci richiamano anche alla nostra debolezza, per le tante – per noi troppe – volte in cui la domanda rimane senza una risposta convincente.

            La nostra vita ci fa costantemente incontrare con eventi che non avevamo previsto e di cui non riusciamo a capire il senso. La nostra reazione potrebbe essere quella di sopportare malvolentieri queste situazioni, sentendone il peso e desiderando ribellarci ad esse. Di San Giuseppe, il Papa dice che egli “lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia”. L’invito a riconciliarci con la nostra storia è indicato come il segreto per andare avanti nella vita, senza restare sempre ostacolati dal peso delle nostre inutili aspettative e dalle delusioni che ne sono la logica conseguenza.

            Da questa riflessione, nasce dal cuore di Francesco una esortazione che alimenta la nostra speranza e ci apre prospettive di grande serenità: “Come Dio ha detto al nostro Santo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere» (Mt 1,20), sembra ripetere anche a noi: “Non abbiate paura!”. Occorre deporre la rabbia e la delusione e fare spazio, senza alcuna rassegnazione mondana ma con fortezza piena di speranza, a ciò che non abbiamo scelto eppure esiste. Accogliere così la vita ci introduce a un significato nascosto. La vita di ciascuno di noi può ripartire miracolosamente, se troviamo il coraggio di viverla secondo ciò che ci indica il Vangelo. E non importa se ormai tutto sembra aver preso una piega sbagliata e se alcune cose ormai sono irreversibili. Dio può far germogliare fiori tra le rocce. Anche se il nostro cuore ci rimprovera qualcosa, Egli «è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1 Gv 3,20)”.

5   Padre del coraggio creativo. Nel continuare la sua esplorazione delle diverse dimensioni della paternità di Giuseppe, Papa Francesco parla ora del coraggio con cui il padre putativo di Gesù interpreta la sua missione. Nelle indicazioni che Dio gli ha fatto avere in sogno, attraverso la mediazione dell’angelo, tutto era molto chiaro ma, nello stesso tempo, molto generico. Per questo. Egli ha dovuto esercitare anche una buona dose di creatività.

            Giuseppe ha dovuto trovare da solo il modo di portare a temine quello che gli era stato chiesto e non ha ricevuto aiuti ulteriori da parte del Signore. Tra i diversi episodi che sono ricordati, quello che chiama di più la nostra attenzione è la fuga in Egitto. Un’impresa che, per forza di cose, ha dovuto essere organizzata in urgenza, e in condizioni di particolare disagio: la famigliola era già in viaggio e quindi aveva ben poche cose a disposizione. Eppure, forniti soltanto di queste poche cose e da tanta fiducia nella Provvidenza, Maria e Giuseppe hanno affrontato la grande distanza che li separava dall’Egitto, più di 400 chilometri. Non è difficile immaginare il disagio di un viaggio del genere, oltretutto compiuto in tutta la fretta possibile, e sapendo di arrivare in un paese sconosciuto, nel quale sarebbe stato necessario fermarsi e costruire una propria esistenza. Gli artisti hanno voluto raccontarci questa vicenda, esercitando con generosità la loro fantasia: hanno sempre contato sulla presenza di un asinello, e su questo potremmo essere d’accordo. Ma i tanti angioletti che accompagnano i tre fuggiaschi, e si dedicano a guidare il cammino, a proteggere i viandanti e a conciliare il sonno del Bambino con un po’ di musica, per certo questi non c’erano. L’angelo che ha guidato e protetto la Madre e il Figlio è stato proprio Giuseppe, che ha dovuto risolvere un giorno dopo l’altro i problemi che si presentavano di fronte a loro. Dio non ha fatto tutto lui per proteggere la vita di Gesù. Si è invece fidato di Giuseppe.

            Il carpentiere di Nazaret diventa ancora una volta un esempio per noi, che ci fa capire che: “Se certe volte Dio sembra non aiutarci, ciò non significa che ci abbia abbandonati, ma che si fida di noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare”.

            Da questa constatazione rassicurante, il Papa passa a porre a se stesso e a noi una domanda, che innalza il livello della nostra responsabilità dalla quotidianità della vita alla sua dimensione soprannaturale: “Dobbiamo sempre domandarci se stiamo proteggendo con tutte le nostre forze Gesù e Maria, che misteriosamente sono affidati alla nostra responsabilità, alla nostra cura, alla nostra custodia. Il Figlio dell’Onnipotente viene nel mondo assumendo una condizione di grande debolezza. Si fa bisognoso di Giuseppe per essere difeso, protetto, accudito, cresciuto”. Di qui deriva per noi un impegno concreto, che ci fa riconoscere nel prossimo la presenza di Dio: “Così ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni moribondo, ogni forestiero, ogni carcerato, ogni malato sono “il Bambino” che Giuseppe continua a custodire. Ecco perché San Giuseppe è invocato come protettore dei miseri, dei bisognosi, degli esuli, degli afflitti, dei poveri, dei moribondi. Ed ecco perché la Chiesa non può non amare innanzitutto gli ultimi, perché Gesù ha posto in essi una preferenza, una sua personale identificazione. Da Giuseppe dobbiamo imparare la medesima cura e responsabilità: amare il Bambino e sua madre; amare i Sacramenti e la carità; amare la Chiesa e i poveri. Ognuna di queste realtà è sempre il Bambino e sua madre”.

6   Padre lavoratore. Gli studiosi della Bibbia hanno diverse idee a riguardo del lavoro svolto da Giuseppe, e quindi da Gesù, che è stato identificato come “figlio del falegname” (Mt 13,55) oppure lui stesso come “falegname” (Mc 6,3). C’è chi preferisce il termine carpentiere, come del resto fa lo stesso Papa Francesco in questo documento; per altri, sarebbe stato un costruttore di aratri e di basti, strumenti per gli agricoltori di quella regione, la Galilea, ricca di terreni da coltivare; c’è infine chi parla di una specie di ingegnere, capace di contribuire a costruzioni di qualche importanza, e a questo proposito si parla della edificazione, proprio in quegli anni, della città di Seforis, non lontano da Nazaret, a cui Giuseppe, con il suo “garzone”, avrebbe potuto prendere parte.

            Checché ne sia, il fatto certo è che Giuseppe era un lavoratore che, con il suo lavoro, ha potuto garantire il mantenimento della sua famiglia. E, secondo quello che normalmente avveniva allora, ha trasmesso le sue competenze al Figlio, trasmettendogli anche la coscienza del “valore, la dignità e la gioia di ciò che significa mangiare il pane frutto del proprio lavoro”.

            Nel 1889, Leone XIII, il Papa della prima enciclica sociale “Rerum novarum”, ha pubblicato un documento tutto dedicato a San Giuseppe e, in riferimento alla sua vita di lavoro, scriveva così: “(Giuseppe), sebbene di stirpe regia, unito in matrimonio con la più santa ed eccelsa tra le donne, e padre putativo del Figlio di Dio, nondimeno passa la sua vita nel lavoro, e con l’opera e l’arte sua procura il necessario al sostentamento dei suoi. Se si riflette in modo avveduto, la condizione abietta non è di chi è più in basso: qualsiasi lavoro dell’operaio non solo non è disonorevole, ma associato alla virtù può molto, e nobilitarsi. Giuseppe, contento del poco e del suo, sopportò con animo forte ed elevato le strettezze inseparabili da quel fragilissimo vivere, dando esempio al suo figliuolo, il quale, pur essendo signore di tutte le cose, vestì le sembianze di servo, e volontariamente abbracciò una somma povertà e l’indigenza” (Lettera enciclica “Quamquam pluries”, 15 agosto 1889). Lo stile è quello dell’epoca, ma i concetti sono quelli che possiamo condividere sempre.

            Dopo di allora, l’insegnamento della Chiesa sulla dignità del lavoro si è arricchito e approfondito. E Papa Francesco non rinuncia a ricordare, in questo stesso contesto, alcune urgenze che, nel mondo del lavoro, si manifestano ancora oggi, persino con particolare gravità, a causa della situazione che il mondo sta vivendo: “In questo nostro tempo, nel quale il lavoro sembra essere tornato a rappresentare un’urgente questione sociale e la disoccupazione raggiunge talora livelli impressionanti, anche in quelle nazioni dove per decenni si è vissuto un certo benessere, è necessario, con rinnovata consapevolezza, comprendere il significato del lavoro che dà dignità e di cui il nostro Santo è esemplare patrono. (…) Il lavoro di San Giuseppe ci ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. La perdita del lavoro che colpisce tanti fratelli e sorelle, e che è aumentata negli ultimi tempi a causa della pandemia di Covid-19, dev’essere un richiamo a rivedere le nostre priorità. Imploriamo San Giuseppe lavoratore perché possiamo trovare strade che ci impegnino a dire: nessun giovane, nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!”.

7   Padre nell’ombra. Per questo ultimo paragrafo, Papa Francesco prende l’ispirazione dal romanzo “L’ombra del Padre”, dello scrittore polacco Jan Dobraczyńsky. Questi adopera una immagine suggestiva, dicendo che Giuseppe era, sulla terra, l’ombra del Padre celeste. L’allusione al testo, che è ben scritto e merita di essere letto, fornisce al Papa l’occasione per riflettere sul modo in cui Giuseppe ha esercitato la sua paternità nei confronti di Gesù.

            Francesco segnala una triste realtà del nostro tempo: “Spesso i figli sembrano essere orfani di padre”. Questa constatazione, spinge il Papa ad approfondire il tema della missione dei padri nei confronti dei loro figli: “Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti”.

            L’accento è posto soprattutto al rispetto che il padre deve avere per la persona del figlio, non cercando di determinarne le scelte ma rendendolo capace di seguire la sua strada, di scoprire il mistero che egli porta, “un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà”. 

Il tema purtroppo vero della crisi della paternità è affrontato compiutamente da Valentino Salvoldi nel saggio che segue, ma le parole di Francesco aprono prospettive ampie di riflessione e di approfondimento. Ricordando il titolo di “castissimo” attribuito a San Giuseppe, il Papa ricorda che “la castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù”.

Quello che potrebbe essere interpretato come riferito esclusivamente a Giuseppe e al suo modo unico di essere padre, è invece presentato come esemplare per ogni paternità: “Il mondo ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto; rifiuta coloro che confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione. Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione”. In questo modo, si rende comprensibile e lusinghiero l’uso dell’appellativo Padre usato nei confronti dei sacerdoti, che non lo sono in senso fisiologico ma sono chiamati ad esserlo in modo che non sia mai “esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta”.

            Il Papa giunge ormai alla conclusione del suo documento, e lo fa con alcune affermazioni preziose, per ricordare quale sia la missione specifica del santi – che “è non solo quella di concedere miracoli e grazie, ma di intercedere per noi davanti a Dio, come fecero Abramo e Mosè, come fa Gesù, «unico mediatore» (1 Tm 2,5), che presso Dio Padre è il nostro «avvocato» (1 Gv 2,1), «sempre vivo per intercedere in [nostro] favore» (Eb 7,25; cfr Rm 8,34)” – e quale ne sia per noi l’insegnamento: “La loro vita è una prova concreta che è possibile vivere il Vangelo”.

            Alla fine, una preghiera, nella quale si contempla in splendida sintesi la missione di San Giuseppe:

A te Dio affidò il suo Figlio;
in te Maria ripose la sua fiducia;
con te Cristo diventò uomo”.

e una invocazione: O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi.