Natale a Ivirgarzama

Per il Natale del 1993, d’accordo con Mons. Adalberto Rosat, Vescovo della Prelatura di Aiquile, tornai a Ivirgarzama, nel Chapare, dove mi trattenni dal 20 al 26 dicembre. C’ero già stato e ho spiegato le ragioni per la mia preferenza di quella comunità, dove, tra l’altro, avevo stabilito una relazione amichevole con il giovane Osvaldo.

            Rispetto a quanto fatto in altre località, in questa occasione avevo l’impegno di celebrare il sacramento della Cresima in diverse parrocchie di quella provincia: Villa Nueva, Valle Ivirsa, Puerto Villaroel, Entre Rios, Manco Capac e Sajta, per un totale di quindici celebrazioni. In più dovevo visitare una comunità indigena, ma di questo dirò in seguito.

            A Ivirgarzama, era prevista anche la celebrazione dell’iniziazione cristiana di un giovane, Roberth (in omaggio alla mania di dare ai figli nomi stranieri, scrivendoli in maniera sbagliata!), che era stato adeguatamente preparato dalle Suore. Per sottolineare l’importanza del momento, organizzai una giornata intera di riflessione con i giovani del posto.

            In mattinata, alle sponde del fiume che bagnava l’abitato, ci ritrovammo per una catechesi e per un lungo scambio di domande e opinioni. Per far capire il senso del battesimo, rievocando il passaggio del Mar Rosso, alla fine invitai tutti ad attraversare il fiume e arrivare dall’altra parte: non un semplice bagno, ma l’inizio di una prospettiva nuova. Tutti mi seguirono, Suore comprese, e l’esperienza fu giudicata da tutti molto significativa. Nel pomeriggio, a fianco del fiume, celebrai la Messa e Roberth fu battezzato e confermato, e quindi ricevette l’Eucaristia.

            Il giorno dopo, nella celebrazione della Confermazione in parrocchia, è accaduto un episodio divertente. Avevo raccomandato ai cresimandi di non travestirsi per l’occasione con abiti particolari: quelli di tutti i giorni andavano benissimo. Chiesi anche che i capelli fossero liberi da unguenti o lacche, in modo che io potessi imporre loro le mani senza ungermi e senza incontrare barriere. Così fecero tutti. Ma ci fu una eccezione.

            Mentre stavamo preparandoci per iniziare, una delle ragazze si presentò con un abito solennissimo, con tanto di ampia scollatura e una gonna rigonfia, tipo Madame Pompadour. In più aveva i capelli aggiustati in modo da formare sulla testa una specie di altissimo monumento. Mi avvicinai e le dissi che, abbigliata in quel modo e con quel tipo di pettinatura, non l’avrei cresimata. Visto che restava lì, senza muoversi, avvertii la Suora e le chiesi di insistere e di confermare la mia decisione. Alla fine, la poverina capì che parlavo sul serio e cedette. Nel giro di pochi minuti, tornò con i capelli sciolti e una semplice gonna e camicia. Era evidente che così anche lei si sentiva più a suo agio, e i compagni e le compagne, prima in imbarazzo, l’accolsero con spontaneo sollievo.

            Più tardi, la Suora mi disse che l’idea di quell’abbigliamento era stata di una zia, che si era presentata portandole in dono quel vestito ed aveva sistemato la capigliatura in quel modo assurdo.