Nomine episcopali

Il lavoro più importante e delicato che è affidato al Nunzio Apostolico è certamente quello di preparare le nomine episcopali. Chi prende le decisioni è, ovviamente, il Papa, aiutato dalla Congregazione per i Vescovi, che ora si chiama Dicastero. Comunque, la ricerca dei candidati e l’esame delle diverse situazioni e quindi dell’idoneità degli “episcopabili” sono condotti in loco dalla Nunziatura. E va detto: il lavoro è importante, impegnativo, delicato ma anche molto bello. È forse quello che mette più di ogni altro a contatto con la realtà viva di una Chiesa locale.

Quando il lavoro svolto sul posto è completato, tutta la documentazione raccolta è inviata a Roma, insieme con la relazione redatta dal Nunzio Apostolico, che riassume quello che appare in merito alla questione trattata e infine presenta il suo giudizio. Il tutto viene esaminato dal Dicastero competente: nella mia esperienza sono stati quelli per i Vescovi e per l’Evangelizzazione dei Popoli. Dopo un processo lungo e accurato, il risultato è sottoposto alla decisione del Papa, che ha l’autorità e la responsabilità di stabilire quello che si dovrà fare.

Quando la decisione è stata presa, il Nunzio riceve una comunicazione riservata che lo avverte del nome dell’eletto, al quale egli dovrà chiedere il consenso, per poi procedere alle fasi seguenti: la pubblicazione della nomina e l’ordinazione episcopale. Lasciando da parte quelle parti del processo, complesse e interessanti, ma protette dal più rigoroso e doveroso segreto, vorrei raccontare qualcosa circa le conversazioni avute con i candidati ai quali ho dovuto dire: “Il Papa ti ha nominato vescovo”. Sono state esperienze molto edificanti ma talora anche, a modo loro, divertenti.

Nei ricordi dalla Jugoslavia e dagli Stati Uniti, ho raccontato due episodi del genere, ma più tardi, in tempo dovuto, la responsabilità di chiamare gli eletti e di comunicare loro la scelta del Papa era mia, e ho dovuto svolgerla con una certa frequenza. Si è sempre trattato di incontri molto personali, che vanno mantenuti nel rispetto dovuto ad ogni coscienza. Non è mai una cosa da poco essere chiamati per sentirsi dire che la vostra vita viene cambiata radicalmente, che vi si affidano grosse responsabilità e che dovrete affrontare difficoltà di ogni genere. Chi vuole pensare alla carriera e alla promozione, lo faccia pure. Ma il peso che significa accettare l’episcopato può essere valutato solo da quelli che vivono questa situazione in sincero spirito di servizio.

Non mi è difficile riconoscere che quasi sempre questi colloqui sono stati per me fonte di grande edificazione. Ne sono sempre uscito rafforzato nella mia stima per quelle persone e con la fiducia che la scelta fatta era giusta. Ma, al di là di questo aspetto, che è certamente il più importante, ricordo alcuni dettagli un po’ curiosi, e ne racconterò alcuni.

Un sacerdote, del tutto degno e meritevole di essere scelto come vescovo, aveva avuto, negli anni difficili dell’immediato post-Concilio, una dura polemica con il proprio vescovo, non tanto in riferimento alla sua situazione, quanto per la condizione di alcuni suoi compagni sacerdoti che, di fronte alla durezza dell’ordinario, stavano lasciando il sacerdozio. Senza che lui stesso se ne fosse reso pienamente conto, il suo nome fu aggiunto a quello degli altri che avevano chiesto la riduzione allo stato laicale. Poiché nulla ne era seguito, la memoria di quel momento era rimasta soltanto nell’archivio del Dicastero romano preposto a tali faccende. Quando si considerò seriamente la promozione di questi all’episcopato, il nome saltò fuori da quell’archivio e da Roma si chiesero le informazioni del caso. Parlandone con il diretto interessato, questi mi spiegò l’evoluzione dei fatti e mi chiese di far sapere al Papa che lui non aveva mai voluto lasciare in sacerdozio e chiedeva la grazia che il suo nome fosse tolto per sempre da quella lista.

Finalmente il processo ebbe termine e dovetti chiamare il sacerdote per comunicargli la nomina a vescovo. Entrai nel tema così: “Tu mi hai detto di chiedere al Papa di togliere il tuo nome dalla lista di quelli che volevano lasciare il sacerdozio. Il Papa ha accettato la tua richiesta, ma ti impone una penitenza”; “Qualunque cosa, Eccellenza, farò tutto quello che il Papa mi chiede”. “E allora, sappi che il Papa ti toglie da quella lista, ma ti inserisce in un’altra: ti nomina vescovo, e tu così hai già dato il tuo consenso!”

Un altro giorno, e in altro luogo, avevo l’incontro già stabilito con un missionario, ormai di una certa età, che era stato nominato vescovo. Doveva diventare responsabile di una diocesi che gli avrebbe richiesto molto lavoro, per essere ancora ai primi passi dell’evangelizzazione in quella regione, che dipendeva ancora in gran parte dall’opera dei missionari e che copriva una zona di estrema povertà e, forse meglio, ancora in condizioni di vita primitiva.

Quando ci trovammo insieme, gli chiesi se voleva bere qualcosa e scelse avere un caffè espresso, e intanto cominciai la conversazione, tanto per preparare l’ambiente e arrivare al punto. Il caffè fu servito e il poveretto aveva in mano la tazzina, al momento in cui gli comunicai la decisione che il Santo Padre aveva preso nei suoi riguardi. Visto il suo sincero stupore, continuai a parlare, per spiegare il processo che si era seguito, e che avrebbe dovuto tranquillizzarlo circa la serietà della scelta. Mentre parlavo, la tazzina di caffè era ferma a mezz’aria. Andammo avanti e anche lui fece delle domande, alle quali risposi al meglio delle mie capacità. E intanto, la tazzina di caffè continuava a restare a mezz’aria. Infine mi diede l’assenso, e cominciammo a valutare le possibili date per la pubblicazione e, nel frattempo, la tazzina di caffè era sempre a mezz’aria. Quando giunse il momento del congedo, finalmente si accorse del suo braccio alzato e della tazzina di caffè, che guardò con rammarico, e disse: “Credo che ormai sarà freddo. Comunque, adesso non ne ho più bisogno!” E la rimise sul tavolo.

Un altro caso me lo sono preparato con un certo gusto, prendendo lo spunto da fatto che l’eletto era stato più volte maestro di cerimonie proprio per l’ordinazione di alcuni vescovi. Lo invitai in Nunziatura e gli comunicai che c’era in vista una nuova ordinazione, per la quale avevo bisogno di lui. Mi diede subito la sua disponibilità, naturalmente pensando che si doveva preparare la liturgia. Gli dissi poi di quale diocesi si trattava, e insistetti nell’avere il suo consenso per esserci. Acconsentì senza nessuna riserva. Gli spiegai anche che non sapevo ancora la data della celebrazione, né chi sarebbe stato il consacrante principale. Comunque confermò la sua disponibilità. Al che conclusi: “Bene, ora manca soltanto di sapere chi sarà il cerimoniere”. Fece il gesto di indicare se stesso, perché questo era quello che aveva capito fino ad allora. Ma, dal mio sguardo, intuì il trucco: “No!” “E invece sì. Mi hai già detto che sei d’accordo. Preparati ad andare, e vedrai che tutto andrà bene”. Qualche tempo più tardi ebbi la gioia di ordinarlo vescovo, in una celebrazione ben condotta da un altro giovane sacerdote che, a sua volta, fu più tardi scelto come vescovo.