Paolo in Bolivia

Mio fratello Don Paolo, dal 1965 missionario in Brasile, è venuto a visitarmi in tutti i luoghi in cui ho lavorato: in Camerun, a Londra, a Belgrado, a Washington e, per due volte, a La Paz. Durante i suoi anni in America Latina, era già passato due volte attraverso la Bolivia, ma ne aveva avuto una impressione molto negativa, forse anche perché aveva sofferto per il clima freddo e per il disagio provocato dall’altitudine.

            Le due nuove visite, fatte nei mesi di gennaio del 1991 e 1992, cambiarono completamente la sua percezione. Intanto poté conoscere meglio il tipo di lavoro che stavo svolgendo e sperimentare alcuni dei disagi che dovevo incontrare. Ma ebbe anche possibilità di visitare bene alcune zone: l’Altipiano di La Paz, la regione di Sucre, con il folklore antico di Tarabuco, le missioni gesuitiche dell’Oriente. Di fronte a certi spettacoli, della natura e anche delle tradizioni locali, mi diceva: “Non avrei mai immaginato che la Bolivia fosse così bella”.

            Poté anche creare una buona amicizia con alcuni vescovi, che lo avrebbero volentieri accolto nella loro diocesi. Ma questa possibilità, che, per alcune ragioni precise, anche io avevo caldeggiato, non poté essere presa in seria considerazione, per l’avvento del tumore che, nel giro di alcuni mesi, lo portò alla morte.

            Avendo la stessa altezza e la stessa corporatura, era sempre facile identificarci come fratelli. Una volta, quando eravamo insieme nella città di El Alto, incontrammo un ragazzo che, guardandoci, disse: “Uno di voi due è il Nunzio Apostolico, ma non so dire quale”.

            Ma l’occasione più bella fu la sua partecipazione al Congresso Missionario Giovanile, che si tenne a Tarija, dal 22 al 25 gennaio 1991. Sapendo che Paolo sarebbe venuto in quel mese, avevo proposto il suo nome agli organizzatori per un incontro con i giovani. Andammo insieme in aereo, dato che io avrei dovuto inaugurare il Congresso e poi avrei visitato con il Vescovo le parrocchie della diocesi, fino al 27 gennaio.

            Il primo giorno fui presente all’apertura dei lavori e diedi la prima conferenza. Il secondo giorno, fu la volta di Paolo, che si presentò in jeans e in maniche di camicia. A quanto mi fu detto – io ero già altrove, in visita con il Vescovo – fece una esposizione breve, ma molto intensa, che provocò una serie infinita di domande. Alla fine, uno dei ragazzi chiese timidamente: “Scusi, Padre, è vero che lei è il fratello del Nunzio Apostolico?” La risposta fu immediata: “No, non è vero. È lui che è fratello mio, perché io sono nato prima!”

            Il giorno dopo, Paolo tornò a La Paz per prendere l’aereo per il Brasile. Quindi non potei sentire le sue reazioni all’evento. Quando, il 25 gennaio, per la conclusione del Congresso, mi ritrovai con tutti i partecipanti al santuario di Chaguaya, trovai gli organizzatori entusiasti del contributo dato da Paolo. Quello che mi commosse fu un piccolo dettaglio: durante il pranzo al sacco seguito alla conferenza, aveva chiesto a una delle suore responsabili come mi stessi comportando. Si vede che, da fratello maggiore, sentiva il dovere di informarsi sul mio conto, per essere assicurato, in piena confidenza, che non stessi combinando guai. 

            Un ultimo dettaglio: nel mio appartamento a La Paz, avevo appeso alle pareti molti oggetti, per lo più di fattura artigianale, che mi erano stati dati in regalo, nelle diverse visite compiute fino ad allora. Dissi a Paolo che, se avesse voluto, avrebbe potuto prenderne alcuni, per portare in Brasile come ricordo per persone che anche io avevo conosciuto. Fui esaudito: al ritorno da Tarija, alle pareti erano rimasti solo i chiodi. Meno male che, ben presto, potei utilizzarli di nuovo con l’arrivo di altri oggetti.