Pasqua a Mapiri

Quando chiesi a Monsignor Juan Vargas, Ausiliare di Coroico, se ci fosse nella sua diocesi una parrocchia senza sacerdote, dove potessi trascorrere la Settimana Santa, mi diede il nome di Mapiri, dove erano presenti soltanto tre suore di una nuova famiglia religiosa, ancora in attesa di ottenere un’approvazione anche solo diocesana. La scelta fu fatta subito, e mandai quindi un messaggio al Vescovo diocesano, Mons. Thomas Manning, in modo che avvertisse le suore delle mie intenzioni, per la Pasqua del 1994.

            Il 28 marzo, scesi con l’autista fino a Coroico. Questo voleva dire percorrere il “camino de los Yungas”, ancora oggi considerata la strada più pericolosa al mondo. Ne ho già parlato in un capitoletto a parte. La discesa, nello spazio di due ore e mezzo o tre ore, mi ha portato a Coroico, dove il clima è già tropicale. Da lì continuai fino ad una comunità all’interno della diocesi, dove, lasciato l’autista che sarebbe tornato a La Paz, mi imbarcai in una grossa piroga a motore, con la quale, insieme con altri passeggeri, risalii il fiume per cinque ore.

            Una volta giunto a Mapiri, fui accolto cordialmente dalle religiose e mi misi al lavoro per preparare tutto quanto fosse necessario per le celebrazioni. Guardandomi attorno, potei facilmente vedere che si trattava di una comunità molto povera, che viveva in una economia di pura sussistenza. Le condizioni igieniche erano spaventose e l’ignoranza religiosa molto profonda. Una delle attività svolte era la ricerca di piccole pepite d’oro nel torrente che attraversa la regione, che sono però minuscole e poco frequenti.

            Nel villaggio c’era una chiesa nuova e, a breve distanza, una vecchia cappella: in questa proposi di fare l’adorazione del Santissimo, dopo la Messa “in coena Domini”. La partecipazione della gente all’Eucaristia, alla processione e quindi all’adorazione fu molto numerosa.

            Notai due particolari interessanti, per i quali chiesi spiegazioni: chi portava la candela da accendere davanti al Signore, non prendeva la fiamma dalle candele già presenti, ma usava i propri fiammiferi. Questo perché l’offerta doveva essere del tutto sua. Se poi qualcuno doveva uscire prima che la candela fosse completamente consumata, non lasciava la candela lì ad ardere da sola, ma la spegneva e la portava via, per poi riportarla e accenderla al ritorno. Nella loro tradizione, la candela non prende il posto del devoto, ma ne accompagna la preghiera.

            Il lunedì dell’Angelo, prima di ripartire in barca verso il luogo dove mi doveva aspettare l’autista, ebbi una conversazione con le suore, per rivedere quello che avevamo fatto. Tra le altre cose, dissi che mi sembrava che il programma che avevano preparato fosse stato un poco leggero, poco impegnativo per me, che avrei potuto fare anche altre cose, come incontri con i giovani, celebrazioni penitenziali etc.

            La risposta fu molto sincera: “Non avevamo idea di che persona eri, e non sapevamo come poter preparare qualcosa di adeguato”. E mi raccontarono come le cose erano andate, fin dal principio.

            Ricevuto il mio messaggio, Mons. Manning, Vescovo di Coroico, aveva lanciato un messaggio radio: “Il Vescovo vuol vedere suor Charo”. Il nome della suora è Rosario, e Charo ne è il diminutivo. Quando suor Charo fu da lui, il Vescovo le chiese: “Conosci il Nunzio?” “No, ma l’ho visto qualche volta sui giornali”. “Per la settimana santa vuol venire a Mapiri”. “Perché?” “Perché ha pensato di venire da voi per celebrare Pasqua”. “E allora va bene. Che venga”. “No! Tu devi dirmi di no!” “Perché no?” “Perché è troppo pericoloso, con tante ore di barca da fare e poi in mezzo alla foresta. Voi dite di no, e così gli dico di venire a Coroico e io invece vengo a Mapiri”. La proposta non piacque a Charo, che si impuntò: “Se lui vuole venire a Mapiri, che venga e basta. I rischi ci sono ma tu sei anche più vecchio”. Si lasciarono con poca cordialità, ma la suora la ebbe vinta e io, che non sapevo nulla di tutto questo, andai a Mapiri.

            Lì, senza rendermene conto, fui sottoposto ad un attento scrutinio da parte delle suore che, alla conclusione, mi dissero: “Non sapevamo se potevamo fidarci. Ma adesso, ci stiamo già chiedendo in che modo possiamo invitarti a tornare un’altra volta”.

            La scusa per tornare fu trovata, ma quella fu una storia completamente diversa, che vale la pena raccontare a parte.