Pasqua a Montero

Durante la prima visita a Santa Cruz, alla fine del mese di maggio 1990, nella parrocchia di Montero era stato organizzato un incontro con i giovani. Nel tenere un discorsetto improvvisato ai presenti, chiesi loro di impegnarsi con me per dare una forte testimonianza della loro fede. Non ricordo in che modo espressi la mia richiesta, ma naturalmente l’accettazione dei giovani fu immediata ed entusiasta. Al termine, il Parroco, P. Stanislao Dolasevich, disse: “I giovani di Montero si sono impegnati con il Nunzio. Ora il Nunzio è pronto a impegnarsi con i giovani di Montero?” Dovetti dire di sì, pur senza sapere che cosa mi avrebbe chiesto, e allora lui mi propose di promettere ai giovani di tornare l’anno dopo per la Giornata della Gioventù, celebrata ogni anno nella domenica delle Palme. Promisi e l’anno seguente, il 1991, mantenni la promessa.

            Rimasi a Montero dal 21 marzo al 1° aprile. Il 24 era la Domenica delle Palme, ed avemmo una grossa celebrazione con i giovani nel locale palazzetto dello sport. Al termine, feci distribuire a tutti una immaginetta del Papa, con il ricordo dell’incontro. I ragazzi che mi avevano aiutato nella celebrazione mi chiesero di firmare il santino, e subito lo fecero vedere agli altri. Questo provocò la reazione di tutti, che si misero in fila per avere anche loro l’immaginetta firmata. Non so dire quanto tempo durò questo impegno, né quante migliaia di santini dovetti firmare. Ma lo feci volentieri.

            Per la Settimana Santa, i religiosi Conventuali avevano organizzato la mia presenza in zona, risiedendo a Montero ma con impegni in varie parrocchie di quel settore pastorale.

            Cominciai il Martedì Santo, nelle comunità di Okinawa 1 e 2. Il missionario, un americano solido e sperimentato, aveva un piccolo aeroplano da due posti. Raggiungemmo in volo una cappella, dove avrei dovuto confessare, poi fare un battesimo e infine celebrare Messa. Lui andava in una seconda stazione e sarebbe tornato poi per portarmi a casa, sempre con l’aereo. La gente da confessare era tanta. Pian piano, mi resi conto che la cappella si era vuotata e riempita più volte. La mia impressione era che, vedendo una faccia diversa, in molti venissero con maggiore libertà, anche nel desiderio di sondare le opinioni del nuovo prete su qualche situazione difficile. Devo dire che trovai i pareri dati dal missionario sempre corretti.

            Le ore passavano e cominciai a capire che, al ritorno del missionario, la Messa non sarebbe ancora finita. Poi pensai che la Messa non sarebbe neppure cominciata. Poi pensai lo stesso del battesimo. Quando il missionario tornò, non poté fare altro che unirsi a me nell’ascoltare le confessioni e quindi amministrare lui il battesimo. Alla fine celebrammo insieme la Messa.

            Il Giovedì Santo ero a Buena Vista, per l’Eucaristia in Coena Domini. Anche lì il missionario era un vecchio e saggio americano. La chiesa, costruita da un suo predecessore, aveva una strana forma a V, fatta in maniera tale che l’altare era davanti allo spigolo centrale e i fedeli che stavano in uno dei due bracci non potevano vedere quelli nell’altro. Per predicare era necessario muovere continuamente la testa da un lato all’altro, per non dare l’impressione che una delle due parti fosse dimenticata.

            Alla lavanda dei piedi, il missionario chiamò i dodici uomini che erano stati preparati per la celebrazione. Quando cominciai a lavare i piedi, notai con un certo sconcerto che l’asciugamano era subito diventato sporco, per la polvere nei piedi degli “apostoli”. Decisi che comunque avrei continuato a baciare i piedi, e così feci. Verso metà, il missionario mi sussurrò: “Ma sono in tredici! Che facciamo?” “Laviamo tredici piedi!”. E dopo poco: “Ma sono quattordici!” “Ne laviamo quattordici”. Probabilmente, due fedeli che non erano molto familiari con i procedimenti di chiesa, vedendo quelli che si muovevano, si erano spontaneamente uniti. Ma alla fine nessuno, a parte noi, si rese conto dell’anomalia.

            Il Venerdì Santo a Portachuelo fu davvero drammatico. Il parroco era uno spagnolo, già definito dall’arcivescovo “un testardo”. Come ho già ricordato, lo aveva dimostrato in occasione della mia prima visita, quando, invece di rispettare il programma di un solo evento per ogni parrocchia, ne aveva organizzati tre, provocando un ritardo nell’ultima parte della giornata.

            Sapevo che avrei avuto tanto da confessare. Portai con me il breviario e il rosario. Non riuscii ad adoperare nessuno dei due. Terminata la mattinata, un pasto alla svelta e quindi ancora a confessare. Prima della celebrazione liturgica, il parroco mi chiese di predicare sulle sette parole di Cristo in croce. Lo feci con qualche difficoltà, perché non avevo preparato niente e perché andavo avanti a occhio, cercando di ricordare quale fosse la parola seguente.

            Quando poi dovetti celebrare la Commemorazione della Passione del Signore, vidi che niente era preparato nel modo corretto: l’altare, che doveva essere spoglio, aveva le tovaglie di sempre, con tanto di candelieri e di messale sopra. Il Crocifisso monumentale era scoperto ed alto sopra l’altare. Andai avanti alla meno peggio, con una liturgia che non apparteneva a nessun rito, né latino, né mozarabico: era semplicemente un pasticcio. Basti pensare che, per l’adorazione della croce, la gente doveva salire e poi scendere per una stretta scaletta a chiocciola. Nessuna sorpresa che il movimento fosse lentissimo e incredibilmente disordinato.

            Dopo una sobria cena, la sorpresa seguente fu la processione del Cristo Morto, con predica finale nella piazza del Cristo risorto. Anche in questo caso, non ne sapevo niente e trascorsi il tempo della processione a pensare quello che avrei potuto dire.

            Di ritorno a Montero, a mezzanotte passata, trovai i quattro Padri Conventuali che stavano condividendo le impressioni della giornata nel cortile della casa parrocchiale. Avevo ancora in mano il breviario e in tasca il rosario, solo toccati ma mai usati. Uno di loro mi disse che, per loro missionari, c’era la facoltà di sostituire il breviario con un certo numero di Pater, Ave e Gloria. Scherzando, dissi da parte mia che credevo, come vescovo, di potermi dispensare dalla recita: “Ma oggi non ho fatto nemmeno in tempo a dispensarmi”.

            La notte di Saavedra fu, forse, l’esperienza più bella. La parrocchia era senza parroco ed aveva vissuto un tempo traumatico sotto la direzione di un missionario americano, prepotente e contrario ad ogni forma di pietà popolare. Aveva persino fatto sparire tutte le statue della chiesa, senza dire a nessuno dove le aveva messe. I fedeli, angosciati per quella scomparsa ma senza il coraggio di chiedere informazioni al parroco, avevano cercato i loro santi persino nelle tombe al cimitero. Quando finalmente il missionario era partito, il suo successore aveva trovato una anomalia nella parete di destra della chiesa, dove, all’esterno, appariva una specie di cappella, per la quale però non c’era ingresso né da fuori né dalla navata. Sfondata la parete di separazione, tutte le statue esiliate riapparvero e furono fatte tornare al loro posto.

            Quella sera, mentre preparavamo la celebrazione, una delegazione di fedeli venne a chiedermi se sarebbe stato possibile fare “l’incontro”. Mi feci spiegare che cosa fosse e seppi che, da sempre – si intende, prima della “repressione” del missionario americano – nella notte di Pasqua, due processioni uscivano dalla chiesa: una di donne, con la statua di Maria Addolorata; una di uomini, con la statua di Giovanni Evangelista. Percorrendo due vie parallele, si sarebbero ritrovate in una piazzetta, al centro della quale si trovava l’urna di legno e vetro, nella quale era conservato il Cristo Morto. Ma l’urna era vuota e all’interno ardeva una candela, per far vedere a tutti che Gesù non era più lì. Allora la Madonna cambiava d’abito: tolto il vestito di lutto, appariva con un abito bianco, quasi da sposa. Un mortaretto avvertiva chi era rimasto in chiesa, le campane cominciavano a suonare e la processione, ora unita, tornava cantando in chiesa.

            Ci pensai un po’ e mi misi d’accordo con loro: avremmo svolto l’intera veglia, secondo il rito appropriato. Terminata la parte delle letture bibliche, prima di cantare il Gloria, saremmo usciti nelle due processioni e, una volta tornati in chiesa, avremmo intonato il Gloria, per poi continuare la celebrazione nel modo solito.

            Crederci o no, tutto si svolse nel modo migliore, senza nessun intoppo. O meglio, ce ne fu uno, ma di poco peso, quando nella processione degli uomini fu scoperta una donna, intrufolatasi per errore, e cacciata via subito a male parole. Per me fu commovente seguire la precessione in silenzio; poi giungere alla simbolica tomba vuota; poi vedere l’opera delle donne che, in pochi istanti, toglievano a Maria il vestito di lutto, per rivelare l’abito splendido che aveva sotto; e infine tornare cantando in chiesa.

            Non so cosa avrebbe potuto dire qualche liturgista di stretta osservanza, ma vi assicuro che da parte mia ne fui contentissimo, sapendo anche che, più di me, erano contenti i fedeli di Saavedra.