Pasqua e Natale in Bolivia

Arrivato a La Paz il 21 febbraio 1990, cominciai a organizzare la mia vita, ma non ebbi tempo di pensare a cosa intendevo fare per le celebrazioni di Pasqua, che arrivarono molto presto. Per cui dovetti sottostare alle tradizioni del posto, che prevedevano la presenza dell’intero Corpo Diplomatico, Decano in testa, ad alcune celebrazioni della Settimana Santa, come la Messa in Coena Domini il giovedì e la processione del Cristo morto il venerdì.

            Ho subito pensato che non era il caso che, nella Messa del Giovedì Santo, che cadeva il 12 aprile, io fossi seduto a lato del presbiterio con gli altri Ambasciatori. Preferii concelebrare con l’Arcivescovo. Ma durante la celebrazione me ne pentii amaramente. Difatti monsignor Sainz partì in una delle sue polemiche anti-governative che erano la sua specialità. Io, che ero seduto accanto alla sua cattedra, avrei volentieri trovato una scusa qualsiasi per sparire. E decisi subito che, per la prossima volta, avrei trovato qualcosa di meglio da fare.

            Mi organizzai in questo senso per il Natale, ma il progetto sfumò, perché il Vescovo del Vicariato di Chiquitos, dove avevo stabilito di andare, si ammalò e la visita fu rimandata a tempi migliori. Per la Pasqua del 1991, invece, riuscii ad andare a Montero, dove, la domenica delle Palme, celebrai la Giornata Mondiale della Gioventù nel palazzetto dello sport locale. Il resto della settimana lo trascorsi passando ogni giorno da una cittadina all’altra di quella stessa regione: Okinawa 1, Nueva Aurora, Buena Vista, Portachuelo, Saavedra. La volta seguente, per la settimana di Natale, perfezionai la scelta: chiesi di andare in una comunità lontana da La Paz e priva di sacerdote, ma, possibilmente, con una comunità di suore presenti. E fu il caso di Anzaldo, nell’arcidiocesi di Cochabamba.

            Dopo di allora, ogni volta ripetei l’esperimento, e conobbi luoghi molto remoti, dove un sacerdote andava, sì e no, una volta al mese. Ogni volta, a seconda delle circostanze, organizzammo le celebrazioni appropriate, con tutta la solennità possibile, svolgemmo incontri di catechesi, celebrammo sacramenti. La Pasqua del 1992 fui a Puerto Rico, all’interno del dipartimento del Pando; il Natale del 1992 a Toledo, all’interno di Oruro; la Pasqua del 1993 a Santa Rosa, nel Vicariato Apostolico di Reyes, a nord di La Paz; il Natale del 1993 a Ivirgarzama, nel Chapare, parte del dipartimento di Cochabamba e nella Prelatura di Aiquile; la Pasqua del 1994 fui a Mapiri, in diocesi di Coroico, nel dipartimento di La Paz; il Natale del 1994 fui a San Lorenzo de Moxos, nel Vicariato e dipartimento di El Beni; la Pasqua del 1995, a S. Antonio del Parapeti, nel Chaco Boliviano e nel Vicariato di Camiri; il Natale del 1995, a S. José de Chiquitos, in quella che era ormai la diocesi di San Ignacio de Velasco. Per l’ultima Pasqua, quando ormai era stato reso pubblico il mio trasferimento in Kenya, tornai nella zona di Ivirgarzama, celebrando il triduo sacro a Chimoré. In ognuna di queste occasioni, potei registrare episodi curiosi, divertenti o anche commoventi, che racconterò più tardi.

Non ho avuto più la sensazione, come la prima volta, che stavo perdendo il mio tempo. Ho invece vissuto delle imprese pastorali di cui in seguito ho sentito la mancanza. Perché la diversa situazione del Kenya, sia dal punto di vista della sicurezza sia per le condizioni linguistiche, non mi ha permesso di continuare con questo stile di impegno.