Prove di zucchetto

La mia nomina a Nunzio Apostolico in Bolivia era stata pubblicata il 16 ottobre. Il 5 novembre si teneva a Baltimora la celebrazione dei 300 anni dalla fondazione di quella arcidiocesi, la prima negli Stati Uniti. Per l’occasione, da Roma venne il Cardinale Segretario di Stato, Agostino Casaroli, che giunse a Washington con qualche giorno di anticipo e fu ospitato in Nunziatura, insieme con il suo segretario.

Il giorno della celebrazione, andammo tutti a Baltimora, dove erano già presenti un grande numero di vescovi e arcivescovi, oltre a moltissimi sacerdoti. Quando arrivai in sagrestia, l’arcivescovo Wheeler mi disse subito: “Ora tu sei arcivescovo e hai il diritto di portare lo zucchetto”. Pensai di cavarmela, dicendogli che non l’avevo e quindi ne avrei fatto a meno. Un minuto dopo, mi venne davanti con uno scatolone pieno di zucchetti di tutte le misure, e fu quindi giocoforza di sceglierne uno, adatto alla mia testa, e di usarlo.

La processione d’ingresso era stata programmata in modo da essere formata soltanto dagli arcivescovi, mentre preti e vescovi erano già sistemati in chiesa. Io fui collocato all’inizio della lunga schiera, con lo zucchetto ma, ovviamente, senza la mitra. Dato che il procedimento fu solenne e quindi molto lento, dovetti ascoltare i commenti della gente che assisteva: “Ma quello chi è? Perché non ha la mitra? Ma è così giovane…” Mi sentii in sicurezza soltanto quando raggiungemmo il presbiterio e presi posto per la concelebrazione, durante la quale nessuno dovette far caso a me.

Ovviamente, l’avere lo zucchetto in testa mi creava una sensazione completamente nuova, e cominciai quindi a sperimentare le diverse situazioni possibili. Ricordo che il canto del Gloria da parte del coro durò a lungo, e in quel tempo mossi continuamente la testa, per vedere fino a quando avrei potuto sporgermi avanti e indietro, senza che lo zucchetto cadesse.

L’occasione fu certamente importante e solenne, l’omelia di Casaroli dovette essere meritevole di essere ascoltata e meditata. Ma di tutto questo a me rimase l’unico ricordo dello zucchetto che – fu questa l’importante scoperta – non scivola via così facilmente come avevo temuto.